giovedì, giugno 18, 2009
Nel colpevole silenzio
martedì, gennaio 06, 2009
Una via per la pace?
mercoledì, novembre 05, 2008
The End.
E’ da un anno che seguo questa campagna, adesso mi trovo alle 6 del mattino dopo ore di televisione a scrivere quello che per me ne è l’ atto finale. E’ andata male, per quello che avrei voluto. Mi dispiace per John McCain, per il suo sogno di diventare Presidente della nazione di cui è innamorato, che ha servito per tanti anni, anche con sofferenze. Mi dispiace per l’ America che non ha saputo riconoscere il suo valore in tempi in cui sarebbe stato molto utile, non ha saputo capire un uomo che l’ avrebbe servita fino in fondo. Mi dispiace per Sarah Palin, una principiante promettente, che adesso probabilmente verrà macinata nel gioco della politica. Mi dispiace per un sacco di cose, porca paletta.
E’ la democrazia, o ciò che vi arriva più vicino. Dopo otto anni della presidenza più impopolare che si possa ricordare ( sulla quale solo la Storia potrà essere un giudice affidabile ) una vittoria dello stesso partito, seppur con un uomo completamente diverso da George W Bush, sarebbe stata epica. Aggiungiamo che nell’ attimo in cui per McCain vi era speranza una crisi economica gigantesca gli ha tagliato le gambe, favorendo i democratici, che il gioco sporco di Obama sui finanziamenti gli ha fatto trovare 600 milioni di dollari di fondi, contro i pochi spiccioli del finanziamento pubblico del repbblicano, che i media sono stati vergognosamente di parte appoggiando il “loro” Obama fin dall’ inizio, senza i quali la corsa del senatore nero si sarebbe fermata allo scontro con l’ altro gigante, la Clinton. Il repubblicano ha raggiunto un grande risultato finendo a meno 5 % , in una elezione che avrebbe dovuto essere una cascata di voti per il suo rivale, a quanto dicevano gli "esperti". Aggiungiamo che McCain non sa fare campagna, non è bravo sul palco durante il comizio, non sa muovere le masse, non è neanche in gamba con la macchina della politica. Di base, non sa mentire. John McCain è stato un pessimo candidato. Ma sarebbe stato un grande Presidente, un uomo forte nell’ animo, umile, moderato, esperto, innamorato della sua nazione.
E adesso? Amando l’ America più di quanto ami i repubblicani, più di quanto ami McCain, spero che Obama mi sorprenda. Che i dubbi che avevo per il fatto che è un uomo molto di sinistra, che girava con gente poco raccomandabile, che più volte ha detto una cosa e ne ha fatta un’ altra, che in fin dei conti non ha mai fatto niente per dar prova di poter essere un buon Presidente siano infondati. Spero che si riveli capace di mantenere alto il vessillo di libertà che questo paese rappresenta in tutto il mondo, di contrastare i nemici della nostra civiltà, di risanare l’ economia senza spennare gli americani come un Padoa Schioppa dal Kenya. Che il suo “cambiamento” non stravolga gli ideali e i valori che hanno reso gli Stati Uniti la più grande nazione libera al mondo. Spero che l’ elezione di un nero risani la spaccatura che si è creata nella popolazione americana e che anche questo Barack Obama sia un buon Presidente.
Ad ogni modo McCain per me una differenza l’ ha fatta. E’ stato l’ unico politico nel quale, nella mia breve attività di osservatore, mi sia potuto ritrovare. Che senza parole altisonanti mi abbia ispirato, e non lo scorderò. Il suo adesivo resterà incollato qui di fianco al mio schermo.
“Nothing brings greater happiness in life, than to serve a cause greater than yourself”
Grazie John. Un soldato non cede mai senza una bella lotta.
sabato, ottobre 18, 2008
Può John ancora vincere?
Il punto è: malgrado la situazione sfavorevole, il fuoco di sbarramento di televisione e giornali per proteggere il fighetto dell' Illinois, i sondaggi che lo danno a +7 è possibile ancora per J0hn Sydney McCain vincere le elezioni entro il 4 Novembre?
E' possibile, ma è difficile. Ci sono alcune variabili che potrebbero aiutare.
Primo: l' economia si stabilizza, la paura passa. Sembra difficile, ma si può sperare in una diminuzione dell' attenzione sull' argomento. Oppure una situazione nella quale il repubblicano venga considerato un buon leader nella crisi.
Secondo: per qualche motivo, l' attenzione si sposta sulla sicurezza nazionale. La Russia potrebbe fare un' altra mossa azzardata, oppure Israele potrebbe fare il suo attacco agli stabilimenti nucleari iraniani, cosa non impossibile. In questo campo vincerebbe il senatore arizoniano.
Terzo: qualcosa di ancora più torbido esce dal passato di Obama. L' amicizia con il bombarolo Ayers, i venti anni al fianco del pastore razzista Wright, l' affiliazione al corrotto Rezko, il finanziamento della organizzazione ACORN che stava mettendo su la più grande frode elettorale degli ultimi decenni in America non hanno scalfito molto, ma nel lungo termine potrebbero influenzare, oppure qualcosa che smascheri Obama per quello che è, ovvero un liberal molto di sinistra anche per la mentalità europea ( ha parlato qualche giorno fa di ridistribuzione della ricchezza, abbandonata anche da Veltroni. Quanto vorrei dire agli americani che neanche in Europa va più questa moda ), non un democratico moderato.
Quarto: la campagna di McCain in qualche modo si movimenta, guadagnando spazio sui media che ormai pensano la vittoria del loro candidato un fatto appurato. E' ironico pensare che se avesse scelto al posto della controversa Palin il più normale Romney, espertissimo in finanza, John adesso navigherebbe in acque migliori. Ma una maggiore attività del suo campo, un uso migliore del tempo loro concesso in televisione per esprimere meglio i programmi e colpire l' avversario potrebbe lentamente scavare dei punti nel castello di Obama, dove tutti ormai brindano già in anticipo, molti sono già ubriachi. In più è probabile che andando fino al 4 la gara si riavvicini per le normali dinamiche elettorali ed il fatto che i grossi vantaggi normalmente tendono a ridimensionarsi. Non bisogna darla persa, c' è ancora molta strada, molto in salita.
Un' ultimo appunto. Qualcuno ha detto che la maggiore speranza dei repubblicani sia un colpo di scena di al Qaeda: un attentato, oppure anche una cassetta che parli delle elezioni, per spostare voti. Da sostenitore di McCain spero che non siano i terroristi a modificare la corsa, anche se lo facessero vincere. Mi sembra poi strano che gli estremisti islamici siano così stupidi da dare una mano ai repubblicani. Non perchè Obama sia un terrorista o un islamico, ma perchè è chiaro che con lui la guerra al terrore sarebbe molto più dolce.
domenica, settembre 28, 2008
Il primo dibattito: la mia cronaca confusionaria
Dibattito presidenziale, 26 Settembre 2008
Prima domanda: come si esce dalla crisi? Obama sottolinea l’ importanza del piano. Anche McCain lo fa. Obama attacca, voi repubblicani avete lasciato il mercato troppo libero in questi otto anni. Mccain rincara dicendo che il potere ha cambiato i repubblicani, non il contrario. Quali sono le differenze fra voi due? McCain prima delinea la sua linea di forte leadership per uscire dalla crisi, poi sottolinea la sua battaglia contro la spesa incontrollata del governo, gli earmarks, accusando obama di averne fatti per 932 milioni di dollari. O accusa M di tagliare le tasse a ricchi e grandi aziende, M di volere introdurre altre spese. Discussione sulle tasse, ancora. O sembra più sicuro di prima, M parla poco ma chiaro. O attacca molto sulla questione delle tasse, M sbotta e contrattacca dicendo che O non fa quello che dice. M è un po’ off target, non ribatte sugli argomenti. Mi sa che questa va ad O: è stato più sugli argomenti, M ha cercato di dimostrare che lui non è affidabile.
Cosa lascereste da parte per finanziare il bailout plan? O dice un sacco di cose, parla così tanto che gli dici ok ti voto ma stai zitto. M continua sul suo punto: reduce spending. Mettere sotto controllo le spese pazze del governo, anche quelle sulla difesa.
Notare: M punta su quello che ha fatto nella sua carriera, O su quello che vuole fare. A buon intenditor.
Il moderatore è in gamba, dice che effettivamente nessuno dei due ha grandi soluzioni per far fronte ai soldi del bailout. M propone di congelare gli aumenti delle spese, O all’ inizio ondeggia poi dice che si può fare ma non per tutto, quello che ha detto M.
Il dibattito continua fino al colpo che ci aspettavamo da O, ovvero che M ha votato il 90% delle volte con Bush che ci ha portati in questa situazione. M ribatte, meno male, che lui non sta simpatico a tutti come O e non è un grande amico di Bush dopo avergli rotto le scatole varie volte.
Si passa all’ Iraq. M parla del suo supporto per il surge, si trova a suo agio. Naturalmente O non parla del surge sul quale ha sbagliato ma torna alla sua decisione di non fare guerra all’ Iraq, dice che la guerra è stata uno spreco e lui l’ aveva detto mentre M stava con Bush, che al Qaeda è più forte di prima adesso.
M ribadisce: il prossimo presidente non dovrà pensare a perché siamo in Iraq ma come uscirne, quando e cosa lasciarsi dietro; O sul surge ha sbagliato tutto. O qui sbaglia e praticamente dice su queste cose rivolgersi al mio vice che ha molta più esperienza di me.
O accusa M di essersi sbagliato all’ inizio. M prende l’ occasione “ Senator Obama doesn’ t seem to know the difference between strategy and tactic” per sottolineare che di queste cose non capisce niente. Incrociano le spade per un po’, sembra che McCain abbia vinto questo turno, anche se ancora non è del tutto on target.
Afghanistan. Comincia O, secondo il quale servono più truppe prese dall’ Iraq per sistemare la situazione. Per M non è una questione di truppe, ma di strategia, di collaborazione con il Pakistan, sul quale accusa O di essere stato imprudente a dire che lo attaccherebbe. O non se la lascia sfuggire e dice che M è stato più volte imprudente anche quando cantava Bomb Iran od invocava un attacco alla corea Nord.
M sfodera l’ arma migliore, racconta le sue posizioni dal 1983 ad oggi su varie guerre, facendo capire che uno come lui non è un guerrafondaio, ma uno che vuole vincere le guerre che meritano, mentre O non può parlare di queste cose perché non ne ha esperienza. Infatti O ripete le cose di prima, su questo non riesce a ribattere. Nel frattempo siparietto sui braccialetti che portano i candidati, dati dalle madri di soldati morti recentemente: quella di M gli ha chiesto che la sua morte abbia un senso, che non permetta di essere sconfitti, quella di O che nessun altro soldato muoia invano.
Qui c’ è un punto per M, infatti dopo che O ripete ancora l’ importanza dell’ Afghanistan sull’ Iraq John dice “dopo tanto che ne hai parlato, ci si aspetterebbe che tu ci fossi andato una volta” infatti O ci ha fatto un salto solo ultimamente per la campagna, mai prima.
Anche questo punto decisamente a McCain, qui l’ esperienza e la conoscenza della materia si vede oltre ad una certa risolutezza, mentre O si difende ma va avanti per nozioni teorico accademiche, evidentemente non provate sul campo.
Iran. Parte M molto deciso. Nessun nuovo Olocausto, l’ Iran è una minaccia da prendere con tutta la serietà. Lancia poi una idea appassionante, la Lega delle Democrazie, un organismo internazionale composto dai paesi liberi del mondo che si sostituisca all’ inutile Onu, che aiuterebbe anche in questo caso. O dice grossomodo le stesse cose, aggiungendo che con i dittatori bisognerebbe parlare. M lo combatte su questo, accusandolo di voler parlare con Ahmadinejad ( il cui nome per tre volte non riesce a pronunciare, con uno strano risultato ). Obama riesce a difendersi questa volta, comincia una discussione su questo argomento importante ma non centrale.
Anche questa va a McCain, ma stavolta le differenze fra i due sono minori.
Russia. Dicono grossomodo le stesse cose, McCain con più convinzione, che la Russia sbaglia e si dovrebbe mettere Georgia ed Ucraina sotto l’ ombrello NATO. Bene.
Sicurezza nazionale e terrorismo: M dice che siamo più sicuri di una volta, ma non ancora del tutto, c’ è ancora molto da fare. Obama concorda, dicendo che però bisogna rivalutare l’ immagine del Paese.
Considerazioni finali. M sottolinea la sua esperienza e le sue capacità per essere comandante in capo, mentre O mancandone dovrebbe fare qualche anno di tirocinio alla casa bianca prima di funzionare. I suoi punti principali sono prosperità, riforma e pace.
Obama racconta la storia di suo padre, che voleva andare in America perché sapeva che lì ce la puoi fare, e dice che adesso sono pochi nel mondo che la pensano così. Lui vuole sistemare questa cosa.
Considerazioni mie.
Con tutta l’ imparzialità che riesco a raccogliere, penso che come previsto il dibattito vada a McCain. Nella prima parte, però, è stato Obama a tenere campo sull’ economia, dove è sembrato più capace di parlare delle cose giuste, mentre l’ altro si è attaccato troppo a questioni come ridurre la spesa senza spaziare di più. Quando si è arrivati alla politica estera il vero Mccain è uscito ed ha sfoderato tutta la sua esperienza ed abilità, parlando con disinvoltura e calma, tanto che Obama poteva solo giocare di difesa ripetendo le sue posizioni teoriche. Ci sono stati attacchi da entrambe le parti, forse è stato il repubblicano a sparare di più, a volte però non centrando.
Quanto ad atteggiamento, il democratico è chiaramente più scenografico, più grande e con una voce potente, anche se il suo parlare altisonante non mi convince, non sembra cristallino. Il suo stile di oratore ha traballato risentendo dell’ insicurezza su alcuni argomenti, si vedeva. E’ uscito un po’ ferito dallo scontro sulla politica estera, ma più volte ha ribattuto con destrezza.
McCain è un uomo calmissimo, forse troppo poco aggressivo finchè non si è arrivati all’ Iraq, però evidentemente sicuro delle sue posizioni. Quando è ispirato, non lo è stato tutta la sera, sembra tremendamente più convincente dell’ avversario.
giovedì, settembre 11, 2008
11 Settembre
domenica, giugno 22, 2008
Barack Obama mi perseguita
E' ovunque, non posso fuggire. Tutti gli leccano non dico cosa, giornali, telegiornali, approfondimenti, articoli, cartelloni, radio, Internet, quelli dei salotti, fini pensatori, stilisti, attori, attrici, cantanti, artisti, gente che di politica non capisce niente. Tuttavia è così di moda, come si fa a non attaccarsi al suo treno? Non ce la faccio più. Non è colpa mia: lui è venuto a cercarmi. Una volta quasi mi piaceva, come uomo politico. Poi ho capito, almeno io, che dietro le parole brillanti, i discorsi emotivi, quell' atmosfera da rinascita, quel buonismo da pelle d' oca c' è poco altro. Non c' è esperienza, non c' è nessuna prova di capacità a parte quella di parlare bene ( è un avvocato ), non c' è profondità politica dietro al personaggio da comizi. Tutte le volte che non ha parlato in astratto, ma si è buttato su argomenti concreti, ha sbagliato, come con il Pakistan od il suo piano incompleto per l' assistenza sanitaria universale. Non c' è neanche purezza: ne ha fatte come tutti gli altri, vedere Tony Rezko o Jeremiah Wright per capirci. I media, però, gli perdonano tutto. Anche escludere le ragazze musulmane con il velo dalle sue apparizioni, per evitare di sottolineare la sua provenienza islamica: l' avesse fatto McCain o la Clinton sarebbe scoppiato un caso razzismo.
Capiamoci: io non odio Barack Obama come, per esempio, qualcuno qui può avercela con Berlusconi o Bush. Temo solo che un uomo così bravo a fare campagna arrivato alla Casa Bianca faccia una enorme quantità di errori dettati da inesperienza ed ideologia, ai quali corrisponderebbero una enorme quantità di danni. Un Jimmy Carter al quadrato.
sabato, maggio 03, 2008
Perchè a sinistra sono stati asfaltati
Quello che distingue queste elezioni da quelle precedenti è l' accentuarsi di alcuni problemi, entrati sempre di più nella vita di tutti, che hanno iniettato una buona dose di praticità e pragmatismo nella gente, allontanandola dalle facili ideologie. Si è votato non l' idea o credo politico, ma il programma, il capo, ciò che direttamente poteva garantire una soluzione alle questioni che ci preoccupano. Può essere considerato positivo o dannoso, al momento è così. E' questa nuova tendenza che ha scatenato la triturazione delle estreme, come Sinistra Arcobaleno od il risultato non esaltante della Destra. Pochi voti per chi offre soluzioni ideologiche a problemi reali.
D' altra parte c' è il problema del Partito Democratico e di Walter. Una formazione politica che allo stato attuale è e non può che essere in difficoltà: davanti a problemi come criminalità e tasse, che anch' essa nell' ultimo governo ha contribuito negligentemente ad aumentare, il PD doveva presentare soluzioni che non appartenevano alla sua cultura d' origine, semplicemente perchè hanno capito tutti che le soluzioni di sinistra per queste cose non possono funzionare. Così si è buttato a destra, e non ha avuto scelta, rincorrendo il programma del PdL sul suo campo con misure pressochè uguali. La gente, però, preferisce l' originale, soprattutto se la copia fino a tre mesi prima faceva il contrario di quello che predica adesso. E' finito in un buco, Veltroni: si è dovuto spostare a destra perchè le idee di sinistra hanno fallito la prova dei nostri tempi, ma in pochi vedono perchè dovrebbero votare l' imitazione invece dell' originale, scontrandosi quindi contro un muro al centro che sarà difficile da valicare.
Le cause principali del fallimento sono tutte qua. Per modestia aggiungo che possono essermene scappate alcune, ma andare a pensare al PD del Nord, alla rinascita della sinistra o strane soluzioni non li aiuterà. Semplicemente buona parte del demos ha capito che non sanno rispondere ai problemi di oggi.
venerdì, aprile 25, 2008
La lunga fine di al Sadr
Primo commento: da tenere a mente il livello raggiunto dall' esercito iracheno, capace ormai di svolgere operazioni indipendenti contro nemici ben organizzati senza grossi aiuti da parte degli americani. Dopo anni di combattimento alcune formazioni governative hanno accumulato grande esperienza, rendendole molto efficaci.
Da questa situazione esce poi un Moqtad al Sadr rimpicciolito, isolato dagli altri partiti sciiti ( che senza dubbio non lo attaccano solamente per amor di patria ), unito all' Iran in una pericolosa alleanza, patetico quando minaccia il governo mentre è chiaro che sta già facendo tutto il possibile per combatterlo. La sua formazione è divisa tra chi vuole continuare a combattere e quelli che invece vorrebbero smantellare la milizia per salvare la parte politica, che probabilmente alle prossime elezioni sarà bandita. Quello che il Time, a ragione, aveva definito l' uomo più pericoloso d' Iraq adesso non sarà inoffensivo, ma si vede superato da un paese che sta veramente cambiando in meglio.
Grazie come sempre al Long War Journal, capace di informare sull' Iraq come nessun grande giornale o canale sa fare.
martedì, aprile 01, 2008
Meno male
Dov' è il Grande Comunicatore?
Quello che a mio parere ha determinato questo calo è un problema di comunicazione, soprattutto televisiva. Non so se fosse per la stupida par condicio, per una volontà dei giornalisti di evidenziare dei discorsi di Berlusconi solo qualche punto ed in quelli di Veltroni qualcun altro, o per una effettiva mancanza di capacità da parte del PdL, ma i contenuti che abbiamo sentito di più negli ultimi giorni da quella parte sono stati brogli, par condicio, attacchi al Pd. Per quanto siano battaglie giuste, non è quello che interessa agli elettori, soprattutto agli indecisi. Silvio, dalla posizione di front runner, non dovrebbe nemmeno sparare così forte su Veltroni o di Pietro, ma lasciarli bollire nel loro brodo, altrimenti rischia solamente di far risuonare più forte il loro nome. Per convincere chi non sa ancora cosa votare ci vogliono ancora fatti, programmi, anche promesse. Dalle parti del PdL devono capire che dovendo stare per una legge idiota in circa due minuti al giorno di telegiornale, in quei secondi devono mettere il meglio delle loro proposte, non esporre il peggio degli avversari che già si vede, oppure lamentarsi per dire che un settantenne dev' essere pazzo per ricandidarsi, o piangere perchè si hanno solo due minuti, o continuare a dire che governare sarà difficile, o tutte quelle cose che non interessano a chi poi dovrà votarti. Spero che anche questa volta quello che ho scritto aiuti.
E vi imploro, cancellate quell' orribile inno stile Hugo Chavez: "Presidente siamo con te, meno male che Silvio c' è..."!
http://www.votaberlusconi.it/notizie/arc_12919.htm
fossi un indeciso dopo averlo visto saprei già per chi non votare.
AGGIORNAMENTO: Ieri sera ho visto Silvio alla conferenza stampa di Rai2 ed è stato molto competente ed energico, come piace a noi. Bene.
sabato, febbraio 16, 2008
Rialzati, Silvio
E' tuttavia una gara che comincia in salita per il Partito Democratico, che deve recuperare in immagine e far dimenticare agli elettori di essere stato il primo sostenitore del devastante governo Prodi; Veltroni ha davanti a sè una campagna elettorale all' attacco, dovrà recuperare molti punti di distanza da Berlusconi, ma l' inizio non è stato sbagliato. La sua strategia introduce
praticità e cambiamento, i due cardini della campagna che porterà avanti. Da una parte il dimenticarsi della sua ideologia di provenienza, eliminando ad esempio l' avversione classica verso gli imprenditori, invocando i tagli delle tasse ( e Visco di che partito è?), mettendo l' accento sulla sicurezza; tutti temi non propriamente di sinistra. Dall' altra parte, ha fatto sua la parola d' ordine di Obama Change, cambiamento: si presenta così come il nuovo, colui che prenderà l' Italia così messa male e la farà diventare un paese serio. Una campagna che ha cominciato bene proprio per l' accento sulle questioni pratiche, per l' aver messo in campo subito le proposte, pulite per sua convenienza da ogni ideologia.
Nel campo avverso non c' è stato un inizio ugualmente scintillante. Il Berlusconi che abbiamo visto a Porta a Porta è stato francamente troppo buono, troppo istituzionale, troppo vago. Avere molti punti di vantaggio non è una scusa per farseli mangiare. Alla praticità e spinta di Veltroni, Silvio ma anche Fini dovrebbero rispondere con uguale quantità di progetti, proposte, con più cattiveria, ci vuole il Silvio che abbiamo conosciuto a Vicenza nel 2006, quello che con rabbia ha messo le cose in chiaro e ha fatto morire di paura Prodi e la sua disomogenea compagnia la notte del 9 Aprile. Non c' è bisogno di sentire ancora da parte di Berlusconi, al rispondere ad ogni domanda sul futuro governo, che il lavoro è difficile perchè Prodi ha fatto molti danni. Ci vuole positività, quella che lo ha portato con un sogno a vincere nel 2001. Quindi subito fuori il programma, esporre costantemente le proposte, dimostrare che le nostre idee funzionerebbero di più, dare una visione dell' Italia che sia forte almeno quanto il Change di Veltroni, ricordare agli elettori chi sono i nostri avversari ma soprattutto fare tutto questo con la forza necessaria, perchè questa sarà una campagna che premierà il più innovativo ed il più affidabile.
mercoledì, febbraio 13, 2008
Bravo Spielberg
Cosa c' entra la Cina con l' Africa? Tutto. Il Darfur si trova infatti in Sudan e le milizie che trucidano le popolazioni civili sono appoggiate, non ufficialmente, dal governo centrale, diventato partner fedelissimo dei cinesi che comprano dal Sudan gran parte della sua produzione di risorse naturali. Come conseguenza la Cina protegge il Sudan all' Onu quando qualcuno cerca di far passare una risoluzione per mettere fine al massacro, rendendosene così responsabile. Non possiamo poi dimenticare ciò che sta succedendo agli oppositori al regime in Cina, che prima delle Olimpiadi sta ripulendo il campo per non avere contestazioni nel suo momento di grandezza (restrizioni che cercano di applicare anche agli atleti occidentali che verranno per i Giochi).
Spielberg ha dichiarato che non può andare avanti ad aiutare un paese che fa cose del genere, quindi dovranno fare senza di lui per apparire grandi e buoni. Bravo.
sabato, febbraio 09, 2008
You Decide 2008
Interessantissime sono i protagonisti di questo gioco, mai così insoliti come quest' anno. Vediamo da una parte i democratici, forti di potersi avvalere dello scontento (giustificato o no che sia) causato da otto anni di difficile governo repubblicano, che mettono in campo due candidati mai visti, come un nero ed una donna, a scannarsi ed a rischiare di stracciare in due il partito, tanto sono pari nella gara. Dall' altra, una storica lotta fra l' ala conservatrice, religiosa dei repubblicani ed un centrodestra più liberale e razionale, mai così divisi da quando Reagan era riuscito a fondere le due parti sotto la sua guida: a dover rimetterli nello stesso letto un uomo singolare come John McCain, del quale senza dubbio non mi dimenticherò di parlare.
In una situazione così incerta muovono le loro truppe quattro generali sopravvissuti, più alcuni caduti sul campo. Cominciamo con i dems.
Barack Obama: Non si può negare che è bravo. Bravo nel prendersi il monopolio della parola Change, a sviluppare la sua immagine di uomo solare, idealista, forte, proveniente dal popolo e non dal partito. Ha un alone di magia attorno, creato ad arte, che lo collega al primo Kennedy. I suoi discorsi sono appassionati, energici, di alto livello, "Yes we can" we can cambiare l' America.
Quando poi si arriva ai contenuti non differisce di molto da Hillary, anzi non si vede cosa ci sia di nuovo o rivoluzionario. Sconta inoltre una certa inesperienza al comando, comunque ancora tutta da provare. E' lui la garanzia, in una campagna che pensa più all' uomo che al suo programma, per molti di un serio cambiamento degli Stati Uniti. Verso cosa, non voglio immaginarlo; che sia somigliare di più all' Europa, come vorrebbero molti democratici? Da europeo non lo consiglio proprio. Per sperare di arrivare alla Casa Bianca ha solo se stesso, qualche decina di antipatiche celebrità che lo seguono perchè va di moda ed il suo popolo giovane ed idealista, ma non è poco. Per nulla.
Hillary Clinton: Una mamma presidente, potrebbe diventare. Ha un atteggiamento energico, tipico delle madri di famiglia americane, unito ad un' impressione di essere una persona competente e preparata. Gli otto anni non tranquilli già passati alla Casa Bianca le danno un vantaggio sugli avversari, inoltre sembra più pronta al ruolo oneroso di Commander in Chief del suo rivale. Rinchiude tutto questo, però, in una figura che a volte può sfociare nell' insipido e nel freddo; sembra che abbia problemi ad esprimere le emozioni, da questo punto di vista è l' opposto del nostro Barack. Inoltre è appoggiata dalla macchina del partito, fattore che non per forza può giocare a suo favore in un periodo in cui anche in America l' antipolitica si fa sentire. Sono rimasto deluso per l' utilizzo esagerato delle lacrime, che forse (forse) l' avranno aiutata in New Hampshire, ma non penso che gli americani apprezzino il fatto che un giorno potrebbe frignare davanti ad Ahmadinejad per chiedergli di fermare quel programma nucleare.
Mitt Romney: Figura strana. Un miliardario di una dinastia di politici che si paga la campagna da solo, ma forse per questo se la prende troppo comoda. In mancanza di forti candidati conservatori l' ala destra del partito appoggia lui ed Huckabee, pur fra dubbi religiosi per il suo essere mormone, ma Romney ha una parlata ed un modo di fare troppo convenzionale, non appare sempre disinvolto e manca di tratti caratteristici. Questo è quello che si vede, almeno. I conservatori, o la parte più fondamentalista di loro, sbagliano i calcoli e puntano su un candidato senza qualità che avrebbe potuto vincere le primarie grazie all' appoggio del partito, ma che in seguito avrebbe reso la vita facilissima a Barack o Hillary verso Washington. Si riabilita nel finale, dopo essere stato stritolato da Mccain al centro e Huckabee a destra, quando capisce che per non spezzettare il partito è meglio ritirarsi ed aspettare. Dimostra che in America non bastano soldi illimitati per vincere le elezioni. Avrà tempo di crescere.
Mike Huckabee: Pastore battista, è riuscito a superere Romney a destra grazie ad una personalità simpatica, un' immagine di uomo comunque umile e tranquillo che sa suonare la chitarra. Ha avuto il suo momento di luce prendendosi la prima vittoria in Iowa, poi per mancanza di contenuti ha cominciato a scendere. Ora è rimasto l' unica alternativa a McCain per i Repubblicani, ma sembra che ormai abbia poche possibilità di farcela al posto del veterano di guerra. Viene evidenziato per il suo umorismo e per la tranquillità che ha portato nelle primarie. Poi è sostenuto da Chuck Norris, chi potrebbe opporsi?
Rudy Giuliani: Che delusione. Penso che in molti avrebbero voluto vedere un italoamericano come Presidente e per molto tempo ci abbiamo creduto, ma qualcosa non ha funzionato. Consapevole del suo status di repubblicano molto liberal, non ha nemmeno provato a fare campagna nelle prime primarie (Iowa, New Hampshire, Michigan, South Carolina) tenutesi in stati che di liberal hanno poco, ha pensato di sfondare in Florida per partire da lì verso Super Tuesday. Ma non ha considerato l' effetto che queste votazioni, seppur piccole, hanno su quelle seguenti e così arrivati nello stato su cui puntava tutto si è trovato senza soldi e terzo, dopo Mccain e Romney. Ha capito allora che la gara era chiusa e tanto valeva far vincere l' amico McCain, con il quale condivideva molto elettorato. Ha le capacità di un leader derivate dall' aver governato e rimesso in ordine la città più complicata del mondo ma forse mancava in simpatia o in qualche aspetto del carattere. Quando ha annunciato l' appoggio a McCain ha detto di aver sempre creduto necessario la presenza di un "eroe" alla Casa Bianca, inserendosi così in questa categoria.
John McCain: L' ho tenuto per ultimo perchè, se finora sono riuscito a tenere un po' di imparzialità, ora la perderò tutta. Da quando ho letto la vita di quest' uomo ho pensato che fosse il presidente ideale. Viene da una famiglia di militari, è stato pilota in Vietnam, dove abbattuto, venne catturato dai comunisti. Tenuto in prigionia per cinque anni, avrebbe potuto andarsene prima, ma scelse di rimanere con i compagni prigionieri. Tornato a casa è rimasto in Marina per alcuni anni poi è passato alla politica. Ancora oggi per le torture subite ha problemi a muovere le braccia ma la sua mente è lucida e decisa e, dopo quello che ha passato, non ha problemi di coraggio. Viene considerato una testa calda dal partito, troppo disposto a fare accordi con i democratici, azzardi politici (unico ad appoggiare Bush nel suo surge in Iraq di un anno fa, ora sta incassando i dividendi del suo successo). Lo ripete sempre: non diventerò presidente per fare le cose che sanno fare tutti, ma quelle difficili. Alla sua età, presa come punto debole dagli avversari che si sbagliavano, non ha problemi a fare cose impopolari e non si preoccupa di seguire i sondaggi. Il suo punto di forza? Provate a guardarlo parlare, anche se non capite l' inglese. Ha la calma, forza e saggezza del guerriero invecchiato, si esprime con una sincerità e tranquillità disarmanti. Fa suo lo straight talk, parlare chiaro; per far capire il personaggio, basta dire che arrivato in Michigan dai lavoratori licenziati dalla malata General Motors non gli ha promesso, come Romney, di ridargli (sapendo di non poterlo fare) il loro posto di lavoro, ha detto "ragazzi, lavoreremo affinchè se ne trovino altri". Romney ha vinto in Michigan, ma a McCain dev' essere servito, perchè ha vinto in tutti gli altri stati. E' esperto in politica estera, deciso a tenere gli Stati Uniti sull' offensiva contro i nemici, ma nessuno come un soldato sa quanto sia dura una guerra. Non diverso dagli altri repubblicani sull' economia, sostiene responsabilmente che oltre ad abbassare le tasse bisognerebbe anche pensare a diminuire la spesa. Ormai avviato alla candidatura per i repubblicani, deve ora saldare il partito fra la sua ala, che va da una grossa presa sugli indecisi ai liberal fino ad alcuni neocon, ed i conservatori religiosi che sembrano non sopportarlo. Ma per uno che ha passato quel che ha passato lui, questo dev' essere solo un' altra missione da eroi.
lunedì, gennaio 28, 2008
La solita sceneggiata di Hamas e i media ci cascano
venerdì, novembre 02, 2007
Oggi i rumeni sono tutti cattivi. E fra una settimana?
Questo diceva Montanelli sugli italiani del dopoguerra, e sembra che nulla sia cambiato, perchè questo mi viene in mente quando vedo i telegiornali in questi giorni. Soprattutto la parte degli slanci emotivi. Da fonti che fino a pochi giorni fa avrebbero sempre applicato la regola di "non fare di tutt' erba un fascio", "gli immigrati criminali sono comunque una piccolissima minoranza", "bisogna considerare il contesto socio - culturale dal quale provengono" e così via, oggi sento con sgomento "ma se in Romania il tasso di criminalità è bassissimo, perchè vengono tutti a delinquere in Italia?", "nelle baraccopoli dei rom si rifugiano i più accaniti criminali", dichiarazioni di rabbia e paura, cose anche poco ragionevoli che fanno pensare anche me che di sicuro non sono un sostenitore dell' apertura verso l' immigrazione o della tolleranza verso chi commette reati. Quello di questi giorni è un classico slancio emotivo italiano. Dettato da anni di paura e rabbia che ognuno di noi cova verso un problema che è tale da molto tempo, non che abbiamo scoperto oggi. Oggi applicheremo giustamente decreti legge e misure d' emergenza, fra una settimana però ce ne saremo lentamente dimenticati, mancando di quello sforzo tenace atto a risolvere i problemi. La criminalità dovuta all' immigrazione esiste da quando esiste l' immigrazione, non da tre giorni. Questo lo sanno tutti, ma per molti dirlo sarebbe stato razzismo, mentre si trattava sempliemente di statistica. Nessun governo di sinistra ha mai fatto nulla per remore ideologiche, e il governo di destra ha fatto qualcosa ma non abbastanza per paura di apparire troppo duro, o per aver sottovalutato il problema. E forse non basta un pacchetto sicurezza, ci vogliono più carceri, leggi migliori, giudici migliori, forze dell' ordine messe meglio, politici più attenti. Uno sforzo tenace che potrebbe durare anni, appunto, ma l' unico capace di fornire soluzioni dalle fondamenta stabili. Adesso qualsiasi misura ci sembrerà ragionevole per fronteggiare la criminalità. Ma fra una settimana, lo slancio sarà finito?
giovedì, settembre 27, 2007
I media iraniani elogiano Ahmadinejad per il discorso alla Columbia
Malgrado larga opposizione dei media statunitensi, propaganda negativa e sdegno per il discorso del presidente della Repubblica Islamica Iraniana Mahmoud Ahmadinejad alla Columbia University, egli ha espresso le proprie opinioni e risposto alle domande degli studenti qui Lunedì mattina.
Nel secondo giorno dopo il suo arrivo a New York, e nel mezzo di un' accoglienza in piedi del pubblico presente nella sala dove il presidente doveva fare il suo discorso nelle prime ore del giorno, Ahmadinejad ha detto che l' Iran non attaccherà alcun paese nel mondo.
Prima del discorso di Ahmadinejad, il preside della Columbia University in un breve discorso ha comunicato al pubblico che avrebbero ascoltato le posizioni dell' Iran, che il presidente avrebbe esposto.
Ha detto che l' Iran è un paese amante della pace, odia la guerra, e tutti i tipi di aggressione.
Riferendosi ai progressi tecnologici della nazione iraniana negli ultimi anni, il presidente li ha considerati un segno del deciso volere degli iraniani di raggiungere uno sviluppo sostenibile e un avanzamento rapido.
Il pubblico in occasioni ripetute ha applaudito Ahmadinejad quando ha toccato gli argomenti delle crisi internazionali.
Naturalmente niente delle contestazioni, i fischi, le figure da imbecille che ha fatto. Non avevamo bisogno di un altro discorso di Ahmadinejad per capire che è un cretino. Ma lui aveva bisogno di questo invito.
martedì, settembre 25, 2007
Mahmoud, il maestro di dissimulazione
Anche questo però, a suo modo, è stato però una prova di forza americana. Pensavo, all' inizio, che l' invito fosse una trovata dei liberal, che ormai tanto allegramente assomigliano alla nostra sinistra, ed effettivamente mi sono accorto soffrendo che qualche cretino applaudiva il cretino che parlava; dopo aver visto il dibattito e aver sentito l' accoglienza del preside Lee Bollinger ho capito che questa invece voleva essere una fiera attestazione di superiorità della democrazia e della libertà americana verso quello che dal preside stesso è stato definito un dittatore, con tutto il disprezzo del termine. Dopo aver visto il discorso, malgrado rimanga la mia disapprovazione per le ragioni sopra esposte, l' idea dell' invito mi sembra molto più accettabile.
Non poteva sperare, e probabilmente non sperava, il presidente di Teheran di fare una buona figura davanti alla platea della Columbia University. Ha negato l' Olocausto, ha negato l' esistenza di omosessuali iraniani, ha negato di sostenere il terrorismo, ha negato di volere la bomba atomica. Tutte cose su cui tutti sanno la verità. Ha usato l' arte della dissimulazione, sancita dalla sua religione, dicendo balle su balle. Devo ammettere, inoltre, che come leader ha un certo fascino. Ma la sua immagine qui non poteva scendere di più di quanto non fosse in partenza, e lui lo sa; invece a casa sua e non solo sarà presentato come il coraggioso che è andato a parlare in casa del nemico e che ha difeso il suo paese. Per questo ci è andato, per questo ci ha guadagnato. Questo è un fattore al quale chi ha formulato l' invito doveva pensare.
martedì, settembre 18, 2007
Ma si, dialoghiamo con l' Iran!
Al momento l' Iran ha l' ambizione di diventare la potenza regionale del Medio Oriente. E così utilizza i suoi Hezbollah per prendere controllo del Libano, i suoi terroristi in Iraq per conquistarlo, finanzia Hamas per dar fastidio a Israele, appoggia attivamente i talebani per espandere la sua influenza in Afghanistan. E già a questo punto sta facendo molti danni. Immaginiamoci quando avrà la bomba atomica e potrà minacciare i suoi vicini, che a parte Israele ne sono sprovvisti. Quando sarà impossibile mettere fine alla sua attività fiera e comprovata di stato sponsor del terrorismo e alle sofferenze del suo popolo schiavo degli ayatollah perchè si potrebbe far partire una guerra nucleare. Quando diventerà, stato integralista islamico, la potenza del Medio Oriente e detterà legge in una nuova ondata di fanatismo, includendo anche il controllo dei prezzi del petrolio. Quando gli stati confinanti, a cominciare dall' Arabia Saudita, cercheranno a loro volta di ottenere la bomba atomica per difendersi. Questo e molto peggio è lo scenario che si defila. C' è qualcuno che vuole evitarlo? Si, i soliti. In America persino i candidati democratici prospettano l' idea di fermare l' Iran con tutti i mezzi. E hanno ragione, perchè va fermato con tutti i mezzi. Non si può arrivare ad un Iran nucleare. Non l' ha capito come al solito la vecchia, rimbambita e fifona Europa. A parte la Francia, tutti hanno reagito come se si pensasse di far del male a un bambino. Indignati, non si comincia una guerra. Acoltate le proposte costruttive di D' Alema, utili grossomodo come quelle di Grillo. Non vogliono capire che se non si fa qualcosa con l' Iran si avrà anche di peggio di una guerra. Se l' Europa, compatta, facesse capire insieme all' America e a tutti quelli che ci stanno agli ayatollah che se arrivassero ad un passo dalla bomba atomica saremmo costretti a fermarli, probabilmente non ci sarà bisogno di una guerra. A volte basta la minaccia.
Ma se i persiani si trovano davanti un' America indebolita (ma determinata) e un' Europa spezzata e stupidamente timida si sentiranno incentivati a continuare nel loro glorioso cammino verso l' arma finale e a quel punto gli americani o gli israeliani dovranno agire. Meno male ci sarà l' Europa, a dire che ci vuole il dialogo!
martedì, settembre 11, 2007
11 Settembre, di nuovo
Oh, say! can you see by the dawn's early light
What so proudly we hailed at the twilight's last gleaming;
Whose broad stripes and bright stars, through the perilous fight,
O'er the ramparts we watched were so gallantly streaming?
And the rocket's red glare, the bombs bursting in air,
Gave proof through the night that our flag was still there:
Oh, say! does that star-spangled banner yet wave
O'er the land of the free and the home of the brave?
lunedì, settembre 10, 2007
Iraq, il giorno della verità
Quello che dirà avrà conseguenze enormi. Petraeus è considerato il più brillante dei generali; flessibile, svelto, il suo motto è " Forza fisica e mentale sono essenziali per la leadership. E' difficile comandare il fronte se sei nel retro della formazione". Ed è vero, tanto che ha dimostrato spesso una gran faccia tosta a presentarsi per le strade irachene, in mezzo ad un' accoglienza generalmente calda della gente, in situazioni pericolose nelle quali tutta questa leadership poteva essere terminata da un kamikaze o da un buon cecchino. Un uomo di comando bravo nella fase di combattimento quanto in quella che viene dopo, fattore fondamentale in Iraq. Un generale americano di vecchi valori ma di nuove abilità.
E in due giorni questo pezzo d' uomo girerà per il parlamento statunitense, dicendo cosa si è riusciti a fare laggiù, se ci sono stati progressi, quali sono i problemi, cosa ne pensa chi è più vicino al fronte insomma. E quel che dirà interesserà l' opinione pubblica e di conseguenza i politici americani, perchè se il buon generale e l' ambasciatore Crocker che lo accompagnerà saranno ottimisti allora molti parlamentari e soprattutto candidati alle presidenziali dovranno agire di conseguenza. I Repubblicani, a quanto si è sentito dal debate del New Hampshire di ieri, hanno già investito sul funzionamento del surge. I democratici sono incerti e dovranno trovare un modo di cavalcare il cambio di cose in Iraq. In generale l' opinione degli interrogati influirà sul futuro della guerra, sul ritiro o no delle truppe, sull' andamento della guerra globale al terrorismo in modo enorme.
Ma vediamo cosa potrebbe dire Petraeus. Arrivò al comando supremo in Iraq in Gennaio, in un paese che però conosceva già bene, trovando una situazione di poca confidenza nella vittoria. Grandi parti del paese erano in mano alle milizie sunite o sciite, la violenza era dilagante, le forze della Coalizione sulla difensiva. Bush cercò di metterlo nella situazione di lavorare al meglio, inaugurando una nuova strategia, un aumento molto faticoso di truppe, misure non solo militari ma anche economiche e politiche. Il Generale, grande organizzatore, si mise subito al lavoro. La sua strategia era nella teoria semplice e si basavo sul controllo del territorio:
1) Ripulisci una zona da terroristi, milizie o comunque malintenzionati con uso di forze sia americane che irachene
2) Stabilisci basi in quelle zone per evitare che una volta mandati via i cattivi non ritornino
3) Coinvolgi la popolazione locale, con il presupposto che la tua presenza sia un vantaggio anche per loro, e stabilisci ottimi rapporti
Tutto è partito a Baghdad, dove la strategia è stata applicata la prima volta per ripulire molti bellicosi quartieri. Nella capitale ha funzionato, anche se non al 100%, e ha ridotto di molto la violenza. E' venuta poi la volta dei territori vicini e come un cerchio che si allarga le forze americane e irachene hanno cominciato a grattar via i terroristi da zone sempre più ampie, spesso ottenendo il favore della popolazione che non ne poteva più, soprattutto degli stranieri di Al Qaeda. Molti gruppi che due anni fa attaccavano gli americani oggi combattono i terroristi al loro fianco, in primo luogo nelle zone sunnite di Al Anbar e Diyala.
Questa strategia ha permesso di aumentare la sicurezza, gli attentati sono calati di molto, in un processo che alla fine coinvolgerà, si spera, tutto il Paese. Al Qaeda è costantemente attaccata e adesso riesce ad agire solo nelle zone esterne, a nord della provincia di Diyala appena ripulita. L' esercito del Mahdi, la formazione sciita di Moqtada al Sadr, è spezzata grazie al paziente lavoro della diplomazia e delle armi. Una parte di essa, chiamata "nobile", si è avvicinata al governo. Un' altra si è sciolta in piccoli gruppi militari. Un' altra ancora si è legata all' Iran e agisce su sua commissione come in libano Hezbollah, ed è quella che viene colpita dalla Coalizione al momento. Al Sadr dal canto suo non sembra sapere cosa fare. Certo, tutta questa gente può ancora mordere e lo fa, ma di sicuro è meno letale.
Il punto più preoccupante è quello politico: malgrado i successi militari, la classe dirigente irachena non ha ancora trovato un accordo su punti fondamentali come la Costituzione, la legge sul petrolio e altre. Inoltre il governo di al Maliki sembra troppo debole e anche vicino all' Iran. Si spera che con le dovute pressioni le cose si muovano.
E ora vado. Dicono che alle sei oggi ci sarà una delle più grandi battaglie del buon Petraeus.
giovedì, settembre 06, 2007
Sicurezza, neanche l' ombra
Quello che succede nel Governo da un anno e qualcosa a questa parte. Ormai ci abbiamo fatto l' abitudine. Quello che rompe è che in questo caso l' argomento sia importantissimo, la sicurezza. Perchè piano piano questa sprofonda in Italia. A causa dell' Indulto, a causa delle scarcerazioni facili e dei giudici incapaci, a causa della disorganizzazione, a causa delle leggi che non vengono applicate, a causa della mancanza di carceri, potremmo andare avanti per ore. Onestamente è odioso vedere come una parte della sinistra senta il grido di dolore dei poveri italiani che ogni giorno devono affrontare la paura del crimine e se ne freghi. Per non contravvenire alla loro ideologia, devono considerarlo come una questione sociale. Colpa del sistema, non dell' individuo che sceglie di fare quello che fa. Così è enorme l' indulgenza contro ogni tipo di crimine, soprattutto quelli che vengono stupidamente e burocraticamente chiamati "microcriminalità" che di micro non hanno proprio niente, soprattutto se a compierli, come in gran parte dei casi, sono gli immigrati che loro hanno fatto entrare perchè non si chiudono le porte a nessuno, neanche se entra in casa tua per fare casino. La gente si è rotta le scatole, non ne può più. Quanto passerà prima che faranno di tutt' erba un fascio e, a proposito di fascio, si affideranno al primo che prometta sicurezza senza fronzoli, di fronte all' incapacità di chi dovrebbe pensarci? Amato ha preso il punto alla grande: "Se fossimo così incoscienti da pensare che la sicurezza non è un nostro problema, creeremmo le condizioni per una svolta reazionaria e fascista nel nostro Paese". Uno dei fattori che consentì al fascismo di salire al potere fu l' impossibilità della classe politica post prima guerra mondiale di agire, soprattutto contro la lotta armata politica che straziava l' Italia in quegli anni. La gente non ne poteva più di contadini che si ribellavano, bande rivoluzionarie, squadre di picchiatori, battaglie nelle campagne e nelle città. Arrivò Mussolini (che era uno di quelli che aveva portato a quella situazione), e promise di sistemare tutto, casomai con metodi non democratici, ma non è che alla gente fregasse molto. Andò al potere, gli diede più sicurezza, ci tolse la libertà.
Oggi la situazione è preoccupantemente analoga. Se la sinistra non riesce per colpa di una sua ala a rimediare al problema e la destra, di cui la sicurezza è sempre stata una bandiera, non porta soluzioni attendibili e non dimostra di saperle applicare, prima o poi uscirà qualcuno che promette di mettere a posto le cose, ma a quale prezzo?
domenica, luglio 08, 2007
Due visioni
mercoledì, luglio 04, 2007
Thank you, America
Grazie America, meno male che ci sei tu, in attesa di un giorno in cui riusciremo di nuovo a badare a noi stessi!
martedì, giugno 26, 2007
Unifil, solo un bersaglio
a)Stati Uniti d' America b)Israele c)occasionali alleati dei primi due
non aprono il fuoco. Ma la pace vera no, perchè dal momento che la guerra di Hezbollah contro Israele può terminare solo con la sconfitta del primo o la distruzione del secondo, questo corpo di pace, non volendo disarmare Hezbollah, non avrebbe influito. Oppure l' avrebbe fatto negativamente. Non è un caso infatti che i guerriglieri finanziati dall' Iran fossero felicissimi dell' arrivo dell' Unifil: così avrebbero potuto fare quel cavolo che gli pareva senza che quei rompiscatole di Israele intervenissero, come ad esempio prendere soldi da Ahmadinejad, riarmarsi, cercare di prendere il potere dalle mani del primo ministro Siniora. Così le truppe dell' Onu, fatte da bravi soldati che non sapevano (non lo sa nessuno) che cosa andassero a fare a parte l' importante ma non fondamentale lavoro umanitario, si sono trovate nella bizzarra situazione di difendere HEZBOLLAH DA ISRAELE. Spesso i francesi e gli ebrei sono stati a un passo dal venire alle mani, quando gli israeliani cercavano di impedire che Hezbollah ricostruisse le fortificazioni al confine. Così quella pubblicizzata come la grande mossa dell' Europa unita e del governo Prodi è stata quella di mandare migliaia di truppe a difendere un' organizzazione terrorista da uno stato libero, attaccato e odiato da gran parte dei suoi vicini, che inoltre è anche l' unico stato libero della regione. Ma noi ci siamo andati lo stesso, ora ci troviamo lì e la situazione peggiora. Al Qaeda ha attaccato gli spagnoli, ai quali ritirarsi dall' Iraq a quanto pare non è servito a difendersi dai terroristi (ma va là?) e potrebbe farlo anche con noi o con i francesi. La forza Unifil sta diventando un bersaglio, utile a molte parti per scopi politici o militari. Ma ora che i soldati sono già giù, cosa si può fare? Non facciamo come i sinistroidi, che vogliono il ritiro delle truppe dai posti a loro politicamente scomodi. Mandare l' Unifil in Libano a quelle condizioni è stato un grosso errore, ma ritirarsi ora sarebbe una figuraccia enorme davanti all' intero Medio Oriente. Non si può continuare così, ad ogni modo: la forza Onu potrebbe entro quest' estate diventare strumento del gioco politico e bersaglio di Al Qaeda, che cerca di sfruttare l' instabilità del Libano, oppure ostaggio di Hezbollah, che dati i suoi numeri, l' armamento fresco ricevuto dall' Iran e la padronanza del territorio potrebbe mettere a serio rischio tutti i diecimila europei. Qualunque mossa si farà sarà dolorosa comunque: si potrebbe decidere disarmare Hezbollah, ma sarebbe veramente un processo sanguinoso, che richiederebbe più uomini e l' appoggio di Israele e del governo libanese, uno sforzo troppo pesante per la rimbambita Europa. Ci si potrebbe impegnare ad aiutare l' esercito libanese ad arginare al Qaeda e i suoi affiliati, che sono in crescita nella zona e potrebbero scaldare l' estate con i propri attentati, questo sarebbe meno difficile. Qualsiasi alternativa si scelga, non c' è una strada facile, ce le siamo tutte giocate andando in Libano senza una missione precisa.
sabato, giugno 23, 2007
La battaglia d' Iraq
Per eliminare le forze nemiche nelle belts scatta così quella che viene denominata la battaglia d' Iraq, che si divide in operazioni differenti: Arrowhead Ripper, quella meno ignorata dai media, agisce nella regione di Diyala a nord est di Baghdad, in particolare nella città di Baqubah che Al Qaeda aveva eletto a capitale del suo virtuale "Stato Islamico d' Iraq". Qui i terroristi hanno approntato solide postazioni difensive, dal momento che sapevano che prima o poi l' attacco sarebbe cominciato. Il comando alleato prevede di ripulire la città, dopo aver soppresso le solide postazioni difensive nemiche, appostando forze per bloccare le vie d' uscita, in modo da chiudere in trappola i terroristi. L' operazione potrebbe richiedere vari mesi e alla fine ci si aspetta che la regione di Diyala non offra più un valido rifugio ad Al Qaeda, costringendola a spostarsi più lontano dalla capitale e ad esporsi per farlo.
Marne Torch e Commando Eagle sono le operazioni che si svolgono a sud della capitale, nella zona di Arab Jabour e in quella di Mahmudiyah, nel "Triangolo della morte", mentre si ha un altro impiego di truppe a Al Anbar, per eliminare le ultime presenze di Al Qaeda nella zona, in una operazione il cui nome non è stato ancora rilasciato.
Inoltre a Baghdad e nel sud dell' Iraq continuano gli attacchi contro le milizie di Al Sadr per ridurre al minimo l' influenza iraniana nel paese.
Il fine di questi movimenti militari è liberare mano a mano l' Iraq dai suoi nemici partendo dalla capitale, il punto più caldo, muovendosi verso l' esterno. I nostri giornali, se mai ne parleranno, diranno che tutto ciò non ha avuto successo perchè i capi dei terroristi prima degli attacchi fuggono, sottraendosi alla Coalizione, ma non capiscono o non vogliono capire che il semplice fatto che se ne vadano è una vittoria in un paese dove le distanze valgono ancora molto, perchè la capacità di agire di Al Qaeda o le scorribande dell' esercito di Al Sadr saranno fortemente ridotte.
Spero che sia un ulteriore passo per la stabilizzazione di questo povero paese.
Come al solito prendo la gran parte delle notizie dal sito del grandioso Bill Roggio e dei suoi colleghi, dal momento che sugli organi normali di stampa preferiscono parlare di Fabrizio Corona.
http://billroggio.com/
giovedì, giugno 07, 2007
Dignità cercasi
lunedì, maggio 28, 2007
Caos Pakistano
Se il Pakistan davvero cadesse? Sarebbero grossi problemi. Ci troveremmo prima di tutto con un territorio enorme fuori da ogni controllo che terroristi e guerriglieri potrebbero usare per operazioni su scala mondiale, prima di tutto per spingere sull' Afghanistan. Questo imporrebbe una qualche forma di attacco da parte della Coalizione per evitare di avere un altro stato talebano pochi chilometri più in là, attacco che però è reso difficile dall' uso già intenso a cui sono sottoposte le forze americane. Si avrebbe poi un arsenale nucleare nelle mani sbagliate, un possibile intervento dell' India, un vero incendio nella regione. E' difficile francamente vedere una soluzione al problema: la caduta del Pakistan è causata da forze che sono cresciute nel tempo e hanno piantato fondamenta stabili. Se avvenisse potrebbe cambiare di molto i giochi nella zona.
martedì, maggio 22, 2007
Decadenza politica (o la Casta)
Prima di tutto, la distanza di chi governa dai veri problemi di chi vive. Ci sono spesso casi in cui problemi marginali, vedi ad esempio la querelle sui Dico, hanno la meglio nel dibattito politico su rifiuti in Campania, crimine, tasse, degrado, che penso siano molto più importanti. Dobbiamo questo problema, ad esempio, all' incapacità di intraprendere grandi battaglie contro grandi problemi per concentrarsi sugli inutili dettagli, difetto molto italiano, oppure alla distanza che la Casta pone fra se e il resto del mondo. Chi viaggia tutto il giorno in autoblu, vive con guardie del corpo e ha tanti altri privilegi riesce raramente a percepire i problemi di chi rimane imbottigliato sulla tangenziale o ha paura a camminare in alcuni quartieri la sera.
Seconda cosa, le lacune degli uomini. Spesso lasciano deluse proprio le qualità umane del politico, prima di tutto la mancanza di coraggio e l' eccessiva ambizione, la renitenza a uscire dalle righe, a rischiare tutto, la mancanza di valori che non siano a scopo elettorale. Si vedono pochi grandi uomini al comando, probabilmente perchè il Sistema non permette la loro ascesa. Un uomo, anche di buoni ideali e gran carattere, che si mette in politica entra in un mondo di interessi risse e gelosie che o lo trasforma in un suo perfetto abitante o lo scarta.
Terza cosa: la staticità. L' anno scorso gli italiani hanno tristemente assistito a un duello elettorale fra due candidati settantenni, riedizione di ciò che era avvenuto dieci anni prima. Conferma del fatto che le cose nella politica italiana sono lentissime a cambiare, che c' è renitenza a scegliere il nuovo, la gente è sempre quella. Ed è vecchia. Lasciando stare il fatto che Berlusconi è un giovane dentro, vediamo sempre la stessa gente e come noi loro invecchiano, mentre i giovani sarebbero Veltroni (52 anni) e Fini (55). Con questo non critico direttamente le persone, me la prendo con il Sistema, per il quale sono colpevoli tutti. Penso che un Veltroni o un Fini si sarebbero volentieri seduti a Palazzo Chigi anche quando avevano i capelli più scuri.
Vogliamo aggiungere altro? Come la mancanza di idee? Qual' è il movimento politico che ha lanciato grandi ideali dal primo Berlusconi? Nessuno. Non si vede un futuro, uno sbocco. Sintomo di tutto ciò è la crisi dei grandi partiti. A destra Forza Italia sente tutti i limiti di un partito con un uomo in testa che prende le grandi decisioni e una miriade di frammentazioni e piccoli interessi man mano che si va in basso, An fatica a seguire le svolte ideologiche del suo leader, mentre a sinistra DS e Margherita devono trovare qualcosa in comune per fare il Partito Democratico. Godono gli estremisti, che con il loro populismo attirano molti scontenti.
Queste sono alcune delle cause della poca fiducia che gli italiani hanno nei propri politici. Sembrano e forse sono populistiche, probabilmente perchè è quello che pensa proprio il popolo. E non possiamo sperare molto nelle nuove generazioni: in esse la delusione e anche il disprezzo verso i politici è endemica, molti miei coetanei non vedono più in Italia un futuro, una sicurezza. Recuperare una cosa del genere è un lavoro duro, e da queste parti il lavoro duro lo apprezzano in pochi.
mercoledì, maggio 16, 2007
Aggiornamento Iraq, seconda puntata
Non sembrerebbe, ma in Iraq succedono un sacco di cose. Anche se in tv si sentono sempre le stesse notizie (attentati – congresso contro Bush – attentati – ritiro) la situazione si sta evolvendo. Proviamo allora a stendere la seconda puntata dell' Aggiornamento Iraq, saltuario riassunto di ciò che succede in quel paese straziato.
Vediamo la situazione generale. A Baghdad il piano di sicurezza sta dando risultati. Come ho già scritto nell' articolo precedente, la città che primo pullulava di quartieri in preda a milizie e terroristi è stata ripulita in molte sue parti e adesso gli estremisti colpiscono quasi esclusivamente con autobombe in luoghi popolati, riuscendo a infilarsi nelle maglie della sicurezza. E' fuori dalla capitale che al momento si svolge la maggior parte dell' azione: precisamente, le truppe della Coalizione insieme a quelle irachene stanno colpendo le province sunnite di Anbar e Diyala per cercare di sgominare Al Qaeda, principale autrice degli attentati, dove è più forte. Qui abbiamo due ottime notizie; i sunniti in Anbar si sono uniti nell' Anbar Salvation Council, un consiglio delle maggiori tribù rivoltatesi agli opprimenti terroristi, che in quelle zone si sono imposti con la paura sulle popolazioni. Questa nuova formazione, alleata con la Coalizione, ha riscosso importanti successi contro Al Qaeda e negli scorsi giorni ha persino annunciato di aver ucciso Abu Ayyub al Masri e Abu Omar al Baghdadi, il capo dei terroristi in Iraq e quello dello Stato Islamico dell' Iraq, insomma i due maggiori pezzi grossi di Al Qaeda nella nazione. Più tardi si è scoperto che al Masri è in realtà vivo, mentre ci sono dubbi su al Baghdadi, dal momento che la sua identità non è chiara e il suo potrebbe essere uno pseudonimo. Sono stati comunque catturati o uccisi in Anbar molti terroristi e resta il fatto che l' Anbar Salvation Council, gruppo di sunniti, sta battendo al Qaeda, cosa impensabile fino a poco tempo fa. Inoltre gli stessi individui hanno fondato anche una forza politica, l' Iraqi Awakening (risveglio dell' Iraq) che va ora a fare concorrenza all' altro partito sunnita, l' Iraqi Islamic Party, con posizioni più laiche e più lontane dagli estremisti.
Ispirati da queste notizie anche i sunniti di Diyala si sono uniti con il nome fantasioso di Diyala Salvation Front, intenzionati ad agire come i loro cugini di Anbar e liberarsi di Al Qaeda. Sembra che le tribù sunnite, dopo un iniziale appoggio dato ai terroristi, abbiano deciso di cambiare fronte in seguito alla ferocia con la quale questi cercavano di imporsi e all' idea che prima o poi la Coalizione l' avrebbe spuntata su di loro. Ma di questo naturalmente non si sente nulla al telegiornale.
Nel frattempo le forze della Coalizione si sgolano per dimostrare – come se ce ne fosse ancora bisogno – il coinvolgimento dell' Iran nella violenza irachena. Esistono canali di movimentazione di armi ed equipaggiamento fra i due paesi ed è ormai certo che l' Iran aiuti non solo le milizie sciite ma anche i terroristi sunniti. Ogni giorno vengono importate bombe da usare come trappole con la tecnologia EFP (Explosive Formed Penetrator) particolarmente efficaci contro le corazze dei veicoli. Tutto questo aggrava i rapporti fra Stati Uniti e Iran, e il rapimento dei marines britannici non è stato che un episodio di una guerra fredda la cui conclusione non è assolutamente chiara. E' innegabile infatti che gli Ayatollah siano sponsor della violenza in Iraq: c' è il traffico di armi, l' uso delle forze speciali Qods contro la Coalizione, l' attività dei servizi segreti iraniani a confermarlo; d' altro canto la leggerezza con cui l' Europa tratta l' Iran, l' appoggio fornitogli da Russia e Cina, il fatto che le forze militari statunitensi siano già impegnate su due fronti impedisce una reazione fulminante dell' America, che ostenta forza ma per un altro po' di tempo avrà difficoltà ad applicarla contro le truppe di Ahmadinejad. A proposito, è interessante considerare la situazione di Al Sadr, il predicatore iracheno vicino all' Iran che ha a disposizione un esercito di alcune migliaia di uomini, l' esercito del Mahdi, ma che dopo l' applicazione del piano di sicurezza ha tagliato la corda per rifugiarsi dagli Ayatollah. Ora la sua formazione politica ha lasciato il governo iracheno (era ora) e la sua milizia viene colpita ancora più duramente dalla Coalizione. Bene. Risulta invece snervante l' intenzione del parlamento iracheno di fare una pausa estiva di due mesi mentre ci sono da votare leggi importantissime come quella sul petrolio e i vari partiti stanno negoziando, chi più sinceramente chi meno, per arrivare ad una conclusione.
In sintesi, abbiamo sia buone che cattive notizie. Resta l' amarezza, come sempre, che chi ci informa fornisca solo quelle di un certo tipo e il potere che ha di cambiare l' opinione della gente possa influire anche sull' andamento del conflitto. L' Iraq è un paese che oggi combatte per la propria libertà e in caso di successo sarà uno smacco tremendo per l' islamismo violento, oltre che una democrazia e un alleato dell' Occidente piantato in mezzo al Medio Oriente. Ce la può fare? Certo, continuando così ce la farà. In effetti ora più che il combattimento sul campo è da temere il crollo dell' home front e le decisioni che i democratici americani, oggi drammaticamente simili per ottusità e mediocrità alla sinistra europea, possano prendere attraverso il Congresso. Se riuscissero a far passare una legge contenente una tabella dei tempi per il ritiro delle truppe avremmo una situazione davvero pericolosa, con un paese in bilico lasciato nelle mani dei fanatici e degli assassini. Speriamo che un presidente con nulla da perdere, ma comunque con un buon fegato come Bush riesca attraverso i veto e l' azione politica che gli è possibile ad evitare questa eventualità.
Aggiungo alla lista dei siti per farsi una vera idea di quel che succede in Iraq quello di Bill Roggio, giornalista in quel paese che fa un lavoro straordinario e che circa ogni due giorni ci aggiorna su quel che succede:
giovedì, aprile 19, 2007
Un agile nemico
Semplicemente già da come era stato strutturato, il piano non era fatto per opporsi ad attacchi di questo tipo. Una maggior quantità di truppe è servita a rastrellare la capitale e ripulirla da tutti quei gruppi armati che la popolavano, e questo ha funzionato bene: Baghdad non ha zone franche controllate da milizie locali come prima, o perlomeno ne ha molte meno. Era chiaro tuttavia, e probabilmente i comandi americani lo sapevano già dall' inizio, che sarebbero servite a poco per evitare attentati con autobombe fabbricate nei pericolosi territori fuori dalla capitale e portate in città solo per essere esplose. Per questo le truppe della coalizione stanno colpendo i rifugi dei terroristi nella provincia di Al-Anbar e in quella di Diyala, per stroncare questa attività sanguinosa. E' un lavoro più lungo di quello di Baghdad: parliamo di chilometri quadrati di deserto difficili da controllare. Al-Qaeda si è dimostrata estremamente efficace nell' adattarsi al piano di sicurezza, più efficace delle milizie sciite che sono state colpite più volte, ma ha subito perdite: per un qualche motivo, infatti, i guerriglieri sunniti non Al-Qaeda si sono staccati dai seguaci di Bin Laden e in Al Anbar si è riuscito a mettere le tribù sunnite locali contro i terroristi, fatto a cui sono conseguiti numerosi scontri fra le due parti. Purtroppo dovremo abituarci e soprattutto dovranno farlo gli iracheni, a attacchi simili a quelli visti ieri: nel breve termine è difficile fermarli. Ma da qui a dire che il piano di sicurezza non sta funzionando c' è una lunga strada.
martedì, aprile 17, 2007
Trecento volte 300
Poche volte capita di uscire dal cinema scossi e eccitati come dopo aver visto 300. Non è una cosa capitata solo a me, è un effetto che fa a molti. Questo film è forte, intenso, possente. E' basato sulla battaglia delle Termopili dove Leonida lo spartano al comando della sua guardia personale di trecento uomini e di un contingente di poche migliaia di greci fermò le armate da decine di migliaia di uomini di Serse, re dell' impero persiano. Gli spartani e i loro alleati combatterono valorosamente e trattennero le forze tremendamente più numerose dei persiani per giorni, fino a quando non vennero presi alle spalle con il tradimento e trucidati. Il loro sacrificio ispirerà tutti i greci a combattere contro l' invasore e darà loro tempo per organizzarsi e sconfiggere Serse a Platea.
300 traspone fedelissimamente il fumetto di Frank Miller su celluloide e quindi parlare di uno, a livello di contenuti, è come parlare dell' altro. La rappresentazione è a tinte fortissime e nasconde bene l' utilizzo totale, tranne che per i personaggi, della computer graphic, i suoni sono ampliati, hanno echi lunghissimi, il combattimento è fluido, elegante, sublime a volte, altre è duro, sporco. L' evento storico viene preso e idealizzato, esasperato. Gli spartani, in realtà completamente corazzati di bronzo, sono trasformati in uomini muscolosi (ma non è un muscolo di vanità, è un muscolo da guerriero) nudi, coperti solo da mutande metalliche, un enorme scudo da falange e uno stupendo mantello rosso che traspira testosterone. I persiani invece sono a volte raffigurati verosimilmente, altre diventano orchi degni della Terra di Mezzo che si portano dietro rinoceronti corazzati e elefanti. In realtà il film mette a nudo il cuore dei personaggi nella sua rappresentazione. I guerrieri spartani sono belli e forti perchè il loro animo è forte, deciso, puro anche nella crudeltà di questi massacratori tremendi. I persiani sono brutti perchè la loro causa è cattiva e seguono il volere del tiranno Serse, effeminatissimo gigante lampadato e depilato. Gli efori, sacerdoti (solo qui, in realtà erano politici) malvagi, sono vecchi con il viso in cancrena proprio a causa della loro corruzione. Il ruolo dei personaggi si riflette nel modo in cui vengono disegnati.
Non bisogna prenderlo come un film storico: è un' opera travolgente e fortemente idealistica nel senso più alto del termine e il suo fine non è la descrizione di un evento. Sebbene gli avvenimenti siano fedeli a quelli storici, il modo in cui si svolgono è volutamente esagerato. Ho sentito due giudizi su questo film: “stupendo” o “fa schifo”. Ma nemmeno i secondi hanno potuto negarne le qualità tecniche e la realizzazione grandiosa.
Ma sotto al sangue, alle spade, agli addominali e alle migliaia di frecce c' è un film che va oltre il tripudio visivo. 300 è un film e un fumetto dal contenuto, per chi sa coglierlo, fortissimo, ed è proprio questo che mi ha colpito di più. Il fulcro del film è quando il re Leonida, in un colloquio mai avvenuto con Serse che promette di fare in modo che che mai nessuno ricorderà la sua folle impresa, risponde:
“Il mondo saprà che uomini liberi hanno lottato contro un tiranno, che pochi hanno lottato contro molti, e, prima che questa battaglia sia finita, che anche un dio re può sanguinare”
Qui c' è la vera battaglia in corso alle Termopili: quella della libertà contro il despotismo, degli uomini valorosi contro migliaia di schiavi costretti a combattere e la battaglia della ragione contro il misticismo. Non c' è da meravigliarsi che il film sia stato stroncato da sinistra, integralisti islamici e iraniani, come eredi dei persiani. 300 pone da una parte i greci liberi, prodi e amanti della ragione e dall' altra i persiani schiavi o tiranni, deboli, attaccati a un misticismo che ritiene un re una divinità. A grandi linee è storicamente vero, anche se lo fa ignorando gli eventi reali in alcuni punti, ma la cosa buona è che non tenti la minima deriva nel politically correct per evitare di offendere qualcuno come invece hanno fatto Troy e Le Crociate, che infatti non si sono rivelati così emozionanti. Ahmadinejad ha detto che offende il grande passato dell' impero persiano, i critici molto colti e di sinistra che in realtà gli spartani non erano così buoni e che Serse non era depilato. Ma non capiscono che non conta che i persiani non fossero orchi (si capisce) e che gli spartani fossero schiavisti a loro volta (è vero), conta che i persiani erano servi del re, che gli spartani erano uomini liberi e tutti, persino il re, dovessero sottoporsi alle Leggi. E non devono offendersi se Frank Miller li raffigura così, perchè a lui quello interessa rappresentare: la lotta di alcuni uomini liberi contro un' armata di invasori, una lotta senza la quale il mondo di oggi non sarebbe così, e questo non è un film storico.
I paragoni con il mondo odierno vengono facili: l' armata di Serse sono i fondamentalisti islamici, i greci sono i pochi occidentali che vogliono resistere. Terone, il politico corrotto spartano che rema contro Leonida e favorisce un appeasement con i Persiani (che vuol dire sottomissione) parla come uno di Rifondazione nel nostro parlamento, davvero. C' è il dubbio che il film sia stato fatto con un vero riferimento politico ed effettivamente quando vediamo Leonida che decide se inchinarsi a Serse, salvare la vita del proprio popolo ma privarlo della libertà oppure combattere con tutte le proprie forze per tenerlo libero viene in mente la scelta che molti oggi devono fare. Il problema è che oggi non arriva un re su un trono argenteo a obbligarti a servirlo, oggi il nemico è molto più subdolo e i guerrieri spartani sono molti meno. Quanti oggi non si inchinerebbero davanti al gigante lampadato pur di aver salva la vita e la “pace”?
Conclusione: 300 è un film netto, potente. Se apprezzate una realizzazione magnifica e una storia emozionante, vi piacerà. Se amate le storie di uomini e donne che danno tutto per difendere la libertà dei propri figli e si scontrano con nemici enormi contro ogni possibilità pur di mantenerla, non potete perderlo.
martedì, marzo 13, 2007
Aggiornamento Iraq
Prima di tutto, bisogna sottolineare che la maggior parte dell' azione si svolge a Baghdad. La capitale era caduta in molti suoi quartieri in mano alle milizie sunnite o sciite, a volte molte zone erano controllate da criminali che per comodità si davano una caratteristica ideologica di un qualche tipo e i morti erano all' ordine del giorno. Il piano di Bush era di imporsi con la forza sulle milizie e i terroristi attraverso truppe americane e irachene e polizia, utilizzando i militari per pulire i quartieri a rischio e presidii stabili per impedire che dopo la tempesta tornassero i violenti. A quanto pare la tattica è stata messa in pratica e l' operazione "Imporre la Legge" il cui nome originale è in arabo, è partita e gli organizzatori vogliono sottolineare la sua natura irachena. L' utilizzo di truppe e polizia irachene è infatti forte ed è stato lo stesso Al-Maliki, il presidente, a dare il via. Le truppe americane sono ovviamente necessarie per le situazioni più gravi, ma c' è la volontà di permettere agli iracheni di conquistare la propria sicurezza. Ogni giorno sui siti dei comandi militari troviamo notizie di molti terroristi uccisi o catturati, notizie che da noi arrivano quasi mai.
La risposta degli avversari è stata un cambio di tattica. Sapendo di non poter competere in una battaglia frontale le milizie sciite sono in parte fuggite dalla capitale e in parte hanno scelto di assumere un basso profilo, mentre i sunniti hanno ridotto la loro attività ai sanguinosi attentati contro la popolazione, spesso nei mercati, che possono essere attuati senza esporsi ma causano molti morti. Chi ha tentato di resistere nei quartieri attaccati da americani e iracheni non ha retto per molto.
La vita ora a Baghdad è diversa. A quanto dice Iraq the Model i checkpoint in giro per la città sono molti, di militari e polizia e soprattutto cambiano spesso posizione per non essere bersaglio dei terroristi. Qualunque mezzo passi da qui deve fermarsi, vengono controllati gli occupanti e gli oggetti all' interno. La cosa causa molti rallentamenti al traffico, ma a quanto pare per una maggiore sicurezza sono in pochi a lamentarsi. E' stato anche imposto un regime di targhe alterne, non per questioni di inquinamento ma per avere meno macchine sulle strade e a quanto pare "Imporre la Legge" viene preso alla lettera, tanto che la polizia non è solo a caccia di terroristi ma punisce severamente anche infrazioni minori, per far capire che la legalità è da farsi fino in fondo (verrebbe utile anche in qualche città qui da noi). Un altro dato è il ritorno delle famiglie nei loro quartieri, dai quali erano scappate per disperazione. Ora che queste zone sono state ripulite molti provano a tornare nelle proprie case.
La pulizia dei quartieri è però solo una parte del piano. Se ci si limitasse a questo, ai cattivi basterebbe stare buoni per un po' e tornare in azione una volta passati i militari. Si cerca invece di lasciare sempre presidii di polizia o truppe nei quartieri liberati e inoltre è in atto la rivalutazione di molte zone della città. Iraq the Model dice che "è un necessario vento di speranza e normalità per questa città traumatizzata" e si può ben capire. Inoltre il piano generale prevede ampi investimenti sull' occupazione, sull' economia e le infrastrutture. Bisogna fare di tutto perchè quando l' operazione sarà finita e i terroristi proveranno a tornare nei loro quartieri trovino un ambiente almeno inospitale.
In giro per il paese vediamo le truppe in azione in altre zone, soprattutto le città sunnite, per imporre il controllo. In generale l' Iraq è in una situazione difficile e molti, soprattutto i vicini timorosi di una democrazia, tifano per un suo crollo ma se l' operazione riuscirà a far capire chi è il più forte allora la stessa politica irachena potrà trovare più stabilità e diminuire così ulteriormente la violenza. La strada è lunga e scomoda però.
Se a qualcuno interessa dove trovo le informazioni, ecco qua (purtroppo sono tutte in inglese):
http://iraqthemodel.blogspot.com/ Iraq the Model, sito che ho già citato, è gestito da due iracheni che scrivono direttamente dalla capitale. Utilissimo per capire cosa succede dal punto di vista della gente del posto
Centcom e MNF-Iraq, i siti del Comando Centrale Americano e della Forza Multinazionale in Iraq, danno quotidianamente notizie sui terroristi uccisi o catturati o sulle perdite della Forza Multinazionale.
Yahoo! Iraq Qui troverete naturalmente soprattutto brutte notizie dull' Iraq, essendo una raccolta di media occidentali. Ma bisogna leggere anche quelle.
Aswat al Iraq Sito iracheno ricco di notizie, anche se non approfondite.
Quando troverò altri siti utili naturalmente aggiornerò la lista.
martedì, febbraio 27, 2007
Grossi movimenti
Stiamo assistendo a un massiccio movimento nello scenario politico italiano. A sinistra Margherita e DS si sono resi conto che governare con comunisti e verdi non è possibile. Dopo questa figuraccia la loro immagine è stata degradata, sembra difficile che trovino il coraggio di ripresentarsi insieme e ancora più difficile che qualcuno creda che possa funzionare. I riformisti dovranno allora scaricare i comunisti e offrire una nuova coalizione, ma se a sinistra si è già fallito alla loro destra l’ unica opzione è l’ UDC che per ora non accetta cambiamenti di campo e che comunque come peso non può equivalere a PRC-PCI-Verdi. Nel centro destra la situazione non è molto migliore però. L’ UDC non vuole tornare nella Cdl, è bloccata fra i due schieramenti e francamente per ora non ci sono per lei molte vie d’ uscita. Forza Italia segue i passi del suo capo (che a dire il vero adesso non si fa molto sentire, probabilmente per non ricompattare l’ Unione) e non agisce, non approfitta del suo peso politico. Con An i rapporti non sono stupendi, quando si doveva andare da Napolitano i due partiti non hanno trovato una posizione comune e questo ha indebolito ulteriormente la Cdl. Invece che chiedere le elezioni anticipate, che probabilmente avrebbero portato ad una vittoria, Forza Italia si è limitata a contrastare un Prodi bis e Fini ha detto semplicemente che il nuovo governo avrebbe dovuto contare su una maggioranza politica, senza i senatori a vita. Più tardi sembra che Berlusconi si sia lamentato dell’ alleato che non avrebbe chiesto il ritorno alle urne proprio per evitare che l’ ex-premier gli soffi il posto per un altro quinquennio. La Lega dice che resterà a tempo nell’ alleanza e una legge sulla devolution potrebbe far cambiare loro idea. La situazione è così bloccata. Che domani il nuovo governo ottenga la fiducia o no, ci troveremo a breve nella precarietà delle alleanze, con i riformisti che non sanno cosa fare per non dipendere dai comunisti e avere la maggioranza, Forza Italia che non sa cosa fare per portare la coalizione al governo, l’ UDC che non sa cosa fare per fare il grande centro e AN che non sa cosa fare per far diventare Fini capo della Cdl. Può venire fuori di tutto: potrebbe tornare tutto come prima, potrebbe farsi una super alleanza dai DS a AN, si potrebbe escludere le ali estremiste degli schieramenti. Una cosa che potrebbe cambiare le carte in tavola potrebbe essere la possibilità di una grande coalizione che metterebbe insieme partiti come Margherita e AN, colpendo così comunisti, verdi e Lega. Probabilmente nei prossimi mesi la situazione politica italiana cambierà e come non vedevamo da molto tempo. Questa storia sarà da seguire.
sabato, febbraio 17, 2007
La marcia degli inerzisti
L' Europa, che usa appaltare la propria difesa agli altri per poi coprirli d' insulti, non è in grado nella sua effeminatezza di badare a se stessa ma si pensa abbastanza superiore agli altri per poterli giudicare. Così gli americani sono tutti (a parte Hillary e Barack) dei guerrafondai pronti a sparare, dei bambinoni con i fucili grossi, mentre noi siamo i fini che non hanno bisogno di fare la guerra perchè ormai ci siamo evoluti, con i nostri nemici dialoghiamo e viviamo da adulti. Inutile dire che gli Europei che la pensano così (non sono tutti) sono i veri bambini che si illudono di vivere in un mondo dove la pace è eterna e dalla Seconda Guerra non c' è più bisogno di combattere, che libertà e giustizia sono garantite e bisogna pensare solo ad abbassare l' età pensionabile e sovvenzionare i film d' autore. Chi sfila oggi a Vicenza è il pacifista dei giorni nostri, che non vuole pensare come si manda avanti il mondo, basta che gli americani non sparino. Molti sono in buona fede e credono veramente che in questo modo si faccia un mondo migliore, ma l' idea di pace che hanno è dannosa. Ci sono tante guerre nel mondo, molti uccidono, non importa. L' importante è che non le facciano gli americani. Non ha idee su come affrontare i nostri nemici, lui vuole che le cose restino così, che nessuno si muova, che tutti si vogliano bene senza un motivo. Vuole l' inerzia, l' inazione. A Vicenza oggi si marcia per questo.
martedì, gennaio 30, 2007
Cancelliamo Ahmadinejad
Questo Mahmoud Ahmadinejad, nato nel 1956, prima di diventare il sesto presidente dell' Iran era il sindaco di Teheran e fece capire il personaggio costruendo in città un viale molto largo per prepararla all' arrivo del Mahdi, una figura religiosa cara a molti sciiti che un giorno dovrebbe tornare sulla terra e portarvi pace e giustizia. Di sicuro non parliamo di un moderato. E' questa la caratteristica principale dell' uomo: un fanatismo tremendo affiancato a lucidità ed attenzione che usa abilmente per raggiungere i propri fini. Il suo Iran vuole diventare potenza regionale e spera di farlo inserendosi silenziosamente nei punti caldi del Medio Oriente. Vediamo il Libano, dove la sua Hezbollah cerca di andare al governo, oppure l' Iraq. Teheran invia le proprie truppe scelte per aiutare i fondamentalisti dove questi combattono contro Stati Uniti, Israele, governi locali. Vuole così mettersi a capo della lotta contro gli infedeli e guadagnare un posto da grande, perchè è in grande che pensa. Così grande che adesso vorrebbe sviluppare la bomba atomica. Il momento è dei migliori: caos nella regione, gli Stati Uniti in difficoltà, Israele che sta attenta alla Palestina, l' Europa rimbambita sulle questioni di politica estera e incapace di qualsiasi azione. Così, pur sapendo che tutti sanno, il nostro Ahmadinejad dichiara di volere l' energia nucleare solo per scopi civili e gli europei, che ancora credono nel dialogo, fanno finta di credergli, i russi e i cinesi, suoi grandi alleati contro l' America, danno una mano. A suon di veti di le sanzioni contro l' Iran fanno fatica a passare all' ONU e ogni iniziativa per bloccare la costruzione di armi nucleari viene rallentata dalla macchinosa diplomazia, ogni colloquio viene usato per guadagnare tempo. Così un giorno, mentre saremo ancora qui a dirci che c' è spazio per la mentalità del dialogo amichevole, l' amico Mahmoud ci apparirà in televisione con alle sue spalle le immagini di scienziati in tuta bianca che lavorano freneticamente o che festeggiano e il succo del suo discorso sarà più o meno "Eccomi, ho la bomba atomica. E ora chi ci si oppone? Chi ci ferma dal violare i diritti umani, creare tensione nel Medio Oriente, diventare gli egemoni della regione? Vogliamo parlare anche di Israele?".
Stiamo lasciando che l' Iran, una repubblica teocratica islamica, diventi una potenza nucleare nella zona più calda del mondo e per di più nelle mani di un fanatico con manie di grandezza distruttive. Cosa si può fare per evitare un disastro? Naturale: bisogna fermare Ahmadinejad. Lui vuole cancellare gli altri, noi dobbiamo cancellare lui. Non per forza in modo fisico, ma almeno togliergli una nazione dalle mani, anzi togliere una nazione da un regime che la opprime da troppo. Caduto l' Iran, si risolverebbero molti problemi in Iraq, Hezbollah non avrebbe più il suo finanziatore, avremmo un' altra democrazia in Medio Oriente. Farlo cadere non è facile, di sicuro più difficile che conquistare l' Iraq, ma la stabilizzazione del paese sarebbe meno dolorosa per l' assenza di grosse divisioni interne. Inoltre l' opposizione al regime esiste ed è diffusa ma viene tenuta a bada con metodi repressivi (repressivi è riduttivo, a dir la verità). Quindi con un attacco da fuori o con una insurrezione, o entrambi, si potrebbe eliminare la minaccia. Ma, purtroppo, è molto più probabile che Ahmadinejad ottenga il suo giocattolo prima che qualcun' altro oltre agli Stati Uniti decida di fare qualcosa. A forza di dialogo gli iraniani prenderanno il tempo che serve.
Prendi un fanatico che dice di voler cancellare Israele e lasciagli costruire una bomba atomica. Poi aspetta il risultato. Qui si spera che in realtà Ahmadinejad non sia troppo aggressivo. Per questo è da ricordare che ottantadue anni fa un uomo scriveva in una prigione un libro. In questo era spiegato tutto quello che lui avrebbe fatto una volta ottenuto il potere. Arrivò al comando della Germania e gli altri potenti pensarono e sperarono che alla fine non fosse così pericoloso. Invece Hitler fece tutto o quasi quello che aveva scritto nel libro. Dovremmo imparare dagli errori.
venerdì, gennaio 12, 2007
La reazione degli iracheni alla nuova strategia americana
Veniamo poi a sapere che la mattina dell' 11 molti iracheni hanno acceso la radio alle 5 per sentire parlare Bush. E poi le reazioni: principalmente sembra che moderati, sunniti e sciiti, abbiano espresso un giudizio favorevole; naturalmente gli estremisti di entrambe le parti, colpiti dalla nuova strategia, non sono proprio felici. Da ricordare un dibattito in parlamento tra due sciiti: "L' Iraq non è uno stato americano e Bush deve consultarci prima di mandare truppe.." e la fiera risposta di al-Alusi, parlamentare che per il suo supporto all' America ha perso due figli in un attentato "Abbiamo un primo ministro ed è stato consultato. Tu e quelli come te non siedereste lì se l' America non ci avesse aiutato. Sono qui per proteggere questa democrazia e offrono quello che hanno per aiutarci con il problema della sicurezza, e voi cosa fate? Smettiamola con queste cose, ok? Vogliamo votare su questo? Bene, vediamo se vogliamo tutti votare" e nell' aula arriva il silenzio, non c' è bisogno di votazione. Concludendo, ad opinione di Mohammed la maggioranza ha apprezzato la strategia. Se c' è prima di tutto il supporto degli iracheni ci sono più possibilità di farcela.
giovedì, gennaio 11, 2007
Bush: un discorso per vincere
La fine del discorso fa capire quanto la nuova strategia sia importante. Da qui esce l' idealismo di Bush e la sua visione della guerra al terrorismo come uno scontro tra le forze della luce e quelle dell' oscurità. Dice: "Lo scontro che si svolge in Medio Oriente è più di un conflitto militare. E' la lotta ideologica decisiva dei nostri tempi. Da un lato ci sono coloro che credono nella libertà e moderazione. Dall' altro gli estremisti che ammazzano gli innocenti e hanno dichiarato l' intenzione di distruggere la nostra way of life. Alla lunga, il modo più realistico per proteggere il popolo americano è presentare una alternativa all' ideologia dell' odio del nemico - propugnando la libertà attraverso la regione" e poi "è nell' interesse degli Stati Uniti stare al fianco degli uomini e delle donne che rischiano la loro vita per reclamare la libertà - e aiutarli mentre lavorano per far crescere società giuste nel Medio Oriente". Questo ultimo pezzo è dedicato di sicuro agli americani e contraddice le tesi dei democratici, molti dei quali chiedono un ritiro immediato e insinuano che l' Iraq non valga gli sforzi fatti.
Ecco dunque la strategia di Bush in Iraq. La strategia di un presidente che ha il vantaggio di non dover essere votato e che quindi può permettersi più degli altri. La strategia che potrebbe farlo ricordare come il presidente che fra mille difficoltà è riuscito prima a conquistare l' Iraq e poi a farne una vera democrazia o quello che non è stato in grado di finire il lavoro. Funzionerà? E' quello che avrebbe dovuto fare da molto. Meglio tardi che mai, comunque. Si può poi vedere che la strategia contiene molti punti interessanti e che l' uso della forza è coaudiuvato da azione politica e economia, che le truppe sembrano utilizzate meglio, che vengono loro tolti tutti quei vincoli che non le fanno funzionare bene. Potrebbe, quindi, con la volontà delle forze in causa, funzionare. Noi dobbiamo davvero sperare che funzioni.
lunedì, dicembre 11, 2006
Su Pinochet e i dittatori
L'odio per Pinochet: l'ultima ipocrisia. In fondo non era che il precursore del modello cinese di oggi.
martedì, novembre 21, 2006
Libano nel caos
Se tutto ciò succedesse sarebbe anche colpa degli europei, che baldanzosamente hanno voluto prendersi cura della questione Libano pensando di poter andare laggiù senza schierarsi con una parte, mostrandosi poi deboli con i terroristi di Hezbollah e arroganti con Israele. Per evitare il dominio di Hezbollah è necessario che si dia un supporto chiaro al governo Siniora e si smetta con l' atteggiamento attuale dell' Europa, che deve prendere una posizione in favore della democrazia e dell' indipendenza libanese.
domenica, novembre 19, 2006
Il tremendo potere dei media
martedì, novembre 07, 2006
Il mid-term e il ritiro delle truppe
La situazione laggiù è quindi di combattimenti in massima parte a Baghdad, perchè gli stessi terroristi e miliziani sanno che è da Baghdad che si controlla il paese, è lì che si combatte la battaglia decisiva. Non può essere che gli americani e il governo controllino l' Iraq senza la capitale, perciò lì si sono concentrati tutti gli sforzi per abbattere o salvare la democrazia. Se il governo iracheno con gli eserciti locale e americano riusciranno a tenere duro, allora la violenza settaria rallenterà. Se l' amministrazione irachena si dimostrerà unita e guiderà solidamente il paese, farà le riforme necessarie e troverà una soluzione alla lotta sciiti-sunniti che alimenta la violenza e il terrorismo, allora chi vuole far cadere il paese nel caos perderà le speranze. Ma come può succedere ciò, se viene a mancare il garante di una minima sicurezza, l' esercito americano? Stupisce tristemente vedere come i Democratici negli Stati Uniti utilizzano l' argomento del ritiro delle truppe per vincere le mid-term, sapendo quanto possa essere irresponsabile questa scelta. Se si ritirassero le truppe, l' esercito iracheno e il governo reggerebbero pochi giorni. Il paese cadrebbe nell' anarchia, diviso in pezzetti tra bande, milizie, leaders religiosi in guerra civile fra sunniti e sciiti, con la probabile vittoria di questi ultimi, più numerosi, permettendo all' Iran di prendere il controllo del sud del paese, con i curdi che si dichiarano indipendenti provocando l' invasione turca e l' accensione di un incendio nel cuore del Medio Oriente che presto arriverebbe a casa nostra. Se si vincesse in Iraq, avremmo (fra alcuni anni, non presto) uno stato democratico nel cuore del Medio Oriente, che agisca come esempio per gli altri paesi della zona. Uno stato che potrebbe innescare quell' effetto domino che ancora non abbiamo visto. Ma tutto se l' America non ritira le truppe. Ripeto, è triste che si arrivi ad una scelta così irresponsabile e questo fa capire quanto siano importanti queste elezioni, che potrebbero togliere a Bush una maggioranza parlamentare e quindi farebbero anche perdere i prossimi due anni politici agli Stati Uniti. La salvezza dell' Iraq e anche del Medio Oriente e dell' Europa e del mondo (non è un' esagerazione) sono nelle mani degli elettori americani, perchè a secoda di come vanno le cose a Baghdad potremmo trovarci in una situazione pessima o migliore.
lunedì, ottobre 30, 2006
Attenti alla Cina
venerdì, ottobre 20, 2006
Scuole, moschee, Ucoii e la sinistra
mercoledì, ottobre 11, 2006
Il test nordcoreano è un gioco a quattro
Ora vediamo il tutto da un altro punto di vista. Bisogna capire che la Cina sta studiando da superpotenza e intende cominciare ad esserlo in Asia, dove cerca di soppiantare le interferenze occidentali ed espandere la sua influenza. Per i cinesi la Corea del Nord è una grande occasione, uno stato importante governato da un regime destinato prima o poi al crollo che potrebbe diventare un fedele protettorato ed è ovvio che vogliono giocare la partita per il suo controllo, proprio mentre Stati Uniti, Corea e Giappone vorrebbero liberarsi del suo regime e farne uno stato libero, anzi forse un' unica Corea. La Cina allora gioca a fare l'alleato della Corea del Nord, pur condannandone l' esperimento nucleare e malgrado tifi contro Kim Jong Il, ma prima di tutto cercherà in ogni modo di evitare che siano l' America o i suoi alleati a prendersi cura di Pyongyang e lo farà contrastando sanzioni dell' ONU e azioni militari dei suoi rivali.
Dal punto di vista degli Stati Uniti la situazione è invece più preoccupante. Le forze armate americane sono impegnate in buona parte in Iraq e Afghanistan e ne restano poche per altre crisi; i soldati statunitensi in Corea del Sud dovrebbero bastare, insieme all' esercito locale,migliorato nel tempo, per respingere un' invasione nordcoreana, ma non per attaccare il Nord: nel caso di arrivo di rinforzi l'invasione di terra avrebbe un probabile successo grazie alla superiorità militare americana, ma a carissimo prezzo di vite umane dato che l' esercito di Pyongyang si annida in fortificazioni costruite in 50 anni ed è quindi molto preparato ad un attacco dal sud. L' azione militare è poi sconsigliata, almeno una di scarsa intensità, dal fatto che Kim Jong Il tiene puntati 13000 cannoni su Seul, vicina al confine, dove vive metà della popolazione sudcoreana, capaci di lanciare mezzo milione di bombe sulla capitale in un giorno. La Casa Bianca deve pensare ad evitare che con la Corea del Nord si arrivi a breve alle armi o trovare le forze per un attacco massiccio e nel contempo sottrarre il palcoscenico ed il gioco ai cinesi, sono necessarie quindi nella battaglia diplomatica velocità e determinazione. Il tutto è sicuramente influenzato da come vanno le cose in Iraq, ma è lecito pensare che la situazione in medioriente si risolverà molto dopo un' evoluzione della crisi asiatica.
Resta lo spettatore, l' Iran. Si sa che questo paese è alleato da tempo con Pyongyang e ne condivide le informazioni sulle armi nucleari, quindi dovremmo preoccuparci del fatto che anche Ahmadinejad sia vicino all'arma atomica. Non è difficile immaginare che il test nucleare coreano sia una specie di prova generale a cui l' Iran assiste per capire come potrà reagire la comunità(che di comune ha poco) internazionale quando dimostrerà di avere anch' essa una bomba atomica. Dando per scontata la passività dell' Europa di fronte a certi avvenimenti e i bastoni fra le ruote della decadente Russia e la nascente Cina, la risposta del mondo libero sarà come al solito affidata agli ultimi che si sbattono (passatemi il termine) per difendere gli interessi del mondo libero. C'è da augurarsi che tale risposta sarà decisa e veloce, altrimenti presto anche l' Iran farà il suo test nucleare e la sua minaccia per quel che resta della stabilità mondiale sarà ben peggiore di quella norcoreana.
domenica, ottobre 01, 2006
La sinistra e le tasse
C'è la possibilità che questo provvedimento possa danneggiare il governo dell' Unione, però; è vero che le classi colpite dalla Finanziaria sono già poco affezionate al centrosinistra, ma gli aumenti coinvolgono anche altre voci delle entrate, con rincari dell' ICI e tasse varie aggiunte, senza contare quelle locali: insomma la misura colpirà comunque tutta la popolazione e se il centrodestra sarà abile a sfruttare il malcontento che ne deriva allora potrebbe infliggere un duro colpo alla popolarità del governo.
mercoledì, settembre 20, 2006
Su Oriana Fallaci
domenica, settembre 17, 2006
Le parole del Papa.
mercoledì, settembre 13, 2006
Siria, una mano tesa e l' altra armata?
Ma visto che va di moda il complottismo e la leadership siriana pare ancora più subdola della malvagia amministrazione neocon possiamo avanzare qualche dubbio, anche se solo di dubbi si tratta. Primo: come dice Walid Phares sul Counterterrorism Blog(http://counterterrorismblog.org), ci sono valide fonti secondo le quali l'attentato di Damasco sia di mano siriana. O almeno, un attentato non ostacolato dai servizi segreti fino all'ultimo, per avere l' effetto scena. Secondo, mettiamoci nella testa di al-Qaeda: che bisogno ci sarebbe di attaccare gli Stati Uniti in Siria, peraltro in un' ambasciata la cui rappresentanza è ridotta al minimo a causa degli attriti passati fra i due paesi, sapendo che questo potrebbe farli riavvicinare? Analizzando l' attentato, viene il dubbio che un attacco con arma da fuoco contro un' edificio e poi l' esplosione mancata di un' autobomba non siano nel classico stile Al-Qaeda. Terzo: se ci mettiamo nei panni dei siriani, la posizione è: "Americani, i terroristi vi possono attaccare ma noi vi possiamo proteggere. Naturalmente in cambio di qualcosa". Qualcosa che potrebbe essere niente truppe UNIFIL sul confine con il Libano come molti altri vantaggi. Insomma, lo stato di Assad ha guadagnato molto da questo attentato, soprattutto in questo momento difficile. Qualcuno potrebbe dire che la Siria stia cercando di riavvicinarsi all' Occidente per tirarsi fuori dal turbinio nel quale è finita, ma farlo con un finto attentato -con morti veri, attenti- e attraverso servizi segreti i quali precedenti includono l' assassinio di Hariri e altre trovate del genere non è molto apprezzabile. Si può supporre allora che la Siria cerchi semplicemente di risollevarsi dal suo incastro geopolitico con questa manovra, sicuramente efficace nel brevissimo periodo, ma poco edificante. Il ruolo di questo attore sulla scena mediorientale è tutto ancora da definirsi, ma sembra difficile che potrà o vorrà defilarsi dai giochi che vi vedremo.
lunedì, settembre 11, 2006
11 Settembre
Si inizia.
Da dove viene il nome del blog? Mi è venuto un giorno, c'è un significato, ma lo spiegherò eventualmente più avanti.
Perchè partire proprio l' 11 Settembre? Essenzialmente, era da un po' di tempo che volevo iniziare questo blog, ma proprio in questo giorno MOLTO significativo ho trovato la spinta emotiva per farlo. Immaginate perchè anche leggendo il mio primo post, che segue. Se mi verranno -o se vi venissero- altre domande sul blog a cui rispondere, risponderò qui. Ora cominciamo a scrivere.