martedì, gennaio 30, 2007

Cancelliamo Ahmadinejad

Ci vuole davvero cattivo gusto e una grande dose di malvagità per agire come il presidente iraniano ultimamente. Arrivare il giorno in cui si commemora lo sterminio di milioni di persone a proporre di ripetere il fatto richiede molta cattiveria, un odio profondo, un disprezzo totale per la natura umana. Che poi il resto del mondo senta queste parole e non faccia niente implica una grande stupidità da parte del resto del mondo.
Questo Mahmoud Ahmadinejad, nato nel 1956, prima di diventare il sesto presidente dell' Iran era il sindaco di Teheran e fece capire il personaggio costruendo in città un viale molto largo per prepararla all' arrivo del Mahdi, una figura religiosa cara a molti sciiti che un giorno dovrebbe tornare sulla terra e portarvi pace e giustizia. Di sicuro non parliamo di un moderato. E' questa la caratteristica principale dell' uomo: un fanatismo tremendo affiancato a lucidità ed attenzione che usa abilmente per raggiungere i propri fini. Il suo Iran vuole diventare potenza regionale e spera di farlo inserendosi silenziosamente nei punti caldi del Medio Oriente. Vediamo il Libano, dove la sua Hezbollah cerca di andare al governo, oppure l' Iraq. Teheran invia le proprie truppe scelte per aiutare i fondamentalisti dove questi combattono contro Stati Uniti, Israele, governi locali. Vuole così mettersi a capo della lotta contro gli infedeli e guadagnare un posto da grande, perchè è in grande che pensa. Così grande che adesso vorrebbe sviluppare la bomba atomica. Il momento è dei migliori: caos nella regione, gli Stati Uniti in difficoltà, Israele che sta attenta alla Palestina, l' Europa rimbambita sulle questioni di politica estera e incapace di qualsiasi azione. Così, pur sapendo che tutti sanno, il nostro Ahmadinejad dichiara di volere l' energia nucleare solo per scopi civili e gli europei, che ancora credono nel dialogo, fanno finta di credergli, i russi e i cinesi, suoi grandi alleati contro l' America, danno una mano. A suon di veti di le sanzioni contro l' Iran fanno fatica a passare all' ONU e ogni iniziativa per bloccare la costruzione di armi nucleari viene rallentata dalla macchinosa diplomazia, ogni colloquio viene usato per guadagnare tempo. Così un giorno, mentre saremo ancora qui a dirci che c' è spazio per la mentalità del dialogo amichevole, l' amico Mahmoud ci apparirà in televisione con alle sue spalle le immagini di scienziati in tuta bianca che lavorano freneticamente o che festeggiano e il succo del suo discorso sarà più o meno "Eccomi, ho la bomba atomica. E ora chi ci si oppone? Chi ci ferma dal violare i diritti umani, creare tensione nel Medio Oriente, diventare gli egemoni della regione? Vogliamo parlare anche di Israele?".
Stiamo lasciando che l' Iran, una repubblica teocratica islamica, diventi una potenza nucleare nella zona più calda del mondo e per di più nelle mani di un fanatico con manie di grandezza distruttive. Cosa si può fare per evitare un disastro? Naturale: bisogna fermare Ahmadinejad. Lui vuole cancellare gli altri, noi dobbiamo cancellare lui. Non per forza in modo fisico, ma almeno togliergli una nazione dalle mani, anzi togliere una nazione da un regime che la opprime da troppo. Caduto l' Iran, si risolverebbero molti problemi in Iraq, Hezbollah non avrebbe più il suo finanziatore, avremmo un' altra democrazia in Medio Oriente. Farlo cadere non è facile, di sicuro più difficile che conquistare l' Iraq, ma la stabilizzazione del paese sarebbe meno dolorosa per l' assenza di grosse divisioni interne. Inoltre l' opposizione al regime esiste ed è diffusa ma viene tenuta a bada con metodi repressivi (repressivi è riduttivo, a dir la verità). Quindi con un attacco da fuori o con una insurrezione, o entrambi, si potrebbe eliminare la minaccia. Ma, purtroppo, è molto più probabile che Ahmadinejad ottenga il suo giocattolo prima che qualcun' altro oltre agli Stati Uniti decida di fare qualcosa. A forza di dialogo gli iraniani prenderanno il tempo che serve.

Prendi un fanatico che dice di voler cancellare Israele e lasciagli costruire una bomba atomica. Poi aspetta il risultato. Qui si spera che in realtà Ahmadinejad non sia troppo aggressivo. Per questo è da ricordare che ottantadue anni fa un uomo scriveva in una prigione un libro. In questo era spiegato tutto quello che lui avrebbe fatto una volta ottenuto il potere. Arrivò al comando della Germania e gli altri potenti pensarono e sperarono che alla fine non fosse così pericoloso. Invece Hitler fece tutto o quasi quello che aveva scritto nel libro. Dovremmo imparare dagli errori.

venerdì, gennaio 12, 2007

La reazione degli iracheni alla nuova strategia americana

Prima di tutto, invito chi legge e chi sa l' inglese a visitare costantemente il blog IRAQ THE MODEL. Tutti gli articoli sono scritti da due blogger di Baghdad e fornisce informazioni che dalle altre fonti ci possiamo sognare, soprattutto i media di casa nostra. Ogni circa quattro giorni c' è un nuovo articolo che aggiorna sulla situazione in Iraq da un punto di vista diverso dal solito e fa capire molto di più delle nostre fonti abituali. Mi ha particolarmente interessato l' ultimo articolo, "Baghdad, between Maliki's plan and Bush's strategy..." in cui il blogger descrive le reazioni al discorso in cui Bush presentava la nuova strategia. A quanto pare la nuova fase è incominciata già da due giorni, dal momento che a quanto scrive Mohammed i combattimenti sono molto più duri del solito e vengono usate armi pesanti come aerei A-10 e elicotteri Apache. Seconda cosa, scrive che la capitale è nella situazione in cui alcuni quartieri fuori controllo sono diventate territorio delle milizie che ne fanno piccoli stati dove anche un appartenente alla loro etnia è in pericolo (questi quartieri sono il bersaglio della nuova strategia).
Veniamo poi a sapere che la mattina dell' 11 molti iracheni hanno acceso la radio alle 5 per sentire parlare Bush. E poi le reazioni: principalmente sembra che moderati, sunniti e sciiti, abbiano espresso un giudizio favorevole; naturalmente gli estremisti di entrambe le parti, colpiti dalla nuova strategia, non sono proprio felici. Da ricordare un dibattito in parlamento tra due sciiti: "L' Iraq non è uno stato americano e Bush deve consultarci prima di mandare truppe.." e la fiera risposta di al-Alusi, parlamentare che per il suo supporto all' America ha perso due figli in un attentato "Abbiamo un primo ministro ed è stato consultato. Tu e quelli come te non siedereste lì se l' America non ci avesse aiutato. Sono qui per proteggere questa democrazia e offrono quello che hanno per aiutarci con il problema della sicurezza, e voi cosa fate? Smettiamola con queste cose, ok? Vogliamo votare su questo? Bene, vediamo se vogliamo tutti votare" e nell' aula arriva il silenzio, non c' è bisogno di votazione. Concludendo, ad opinione di Mohammed la maggioranza ha apprezzato la strategia. Se c' è prima di tutto il supporto degli iracheni ci sono più possibilità di farcela.

giovedì, gennaio 11, 2007

Bush: un discorso per vincere

Quello di stanotte è stato uno dei più importanti discorsi che Bush ha fatto nella sua carriera da presidente. Ha ribadito prima di tutto la centralità della guerra in Iraq in quella più grande al terrorismo, ricordando le conseguenze disastrose di una sconfitta, ponendo quindi questo controverso conflitto in un contesto. E' partito dalle elezioni irachene di un anno fa per ammettere che il 2006 è stato dal punto di vista dei grandi risultati un anno sprecato e prendersene tutte le responsabilità, per poi annunciare di aver studiato una nuova strategia. Vediamola. Primo: tutto si concentra attorno a Baghdad. La cosa più preoccupante in Iraq è che la zona più violenta è proprio quella della capitale e perdere la capitale significa perdere il paese. La maggior parte del cambiamento si concentra quindi qui. I 20000 soldati chiesti in più andranno a saturare i quartieri della città, insieme ad un numero consistente di truppe irachene. E saturare significa che le tante truppe in più andranno in città e ripuliranno i quartieri violenti come prima, ma ora i soldati resteranno nei quartieri dopo averli pacificati per impedire un ritorno delle milizie. Le nove zone in cui è divisa la capitale saranno occupate costantemente da soldati iracheni e americani e questo è fondamentale, dal momento che finora molti di questi quartieri sono stati le basi operative dei terroristi. Altra novità importantissima è che ora, almeno a parole, il governo iracheno ha capito che non si può più limitare l' azione militare per motivi o minacce politiche, perciò non si dovrebbero più vedere situazioni in cui i soldati entrano a Sadr city per ripulirla ma i parlamentari di Moqtad Al-Sadr bloccano tutto minacciando di non appoggiare il governo. Bush sottolinea anche di aver chiarificato al primo ministro iracheno che gli americani non saranno sempre lì ad aiutarli e che se non si vedranno presto risultati perderà la fiducia del suo popolo. Gli addestramenti dei soldati iracheni sono velocizzati e tutte le nuove truppe americane saranno inserite in unità dell' esercito locale, tutto questo per passare agli iracheni la responsabilità della propria difesa. Sembra quindi che il presidente voglia - giustamente - usare il potere politico per appoggiare quello militare. Per porre solide basi al miglioramento punta sull' economia e il suo piano è quello di offrire ai giovani iracheni una possibiltà di realizzarsi, di distribuire alla popolazione i profitti sul petrolio, di far spendere al governo dell' Iraq dieci miliardi di dollari dei suoi (sottolinea suoi) fondi per la ricostruzione. Dal punto di vista diplomatico, annuncia l' invio della Rice in giro per il Medio Oriente per invitare i paesi vicini ad appoggiare il governo iracheno; accusa Iran e Siria di aiutare materialmente la violenza in Iraq e dice "interromperemo il flusso di supporto" da questi paesi, con questo probabilmente indica la volontà di colpirli quando agiscono in territorio iracheno.
La fine del discorso fa capire quanto la nuova strategia sia importante. Da qui esce l' idealismo di Bush e la sua visione della guerra al terrorismo come uno scontro tra le forze della luce e quelle dell' oscurità. Dice: "Lo scontro che si svolge in Medio Oriente è più di un conflitto militare. E' la lotta ideologica decisiva dei nostri tempi. Da un lato ci sono coloro che credono nella libertà e moderazione. Dall' altro gli estremisti che ammazzano gli innocenti e hanno dichiarato l' intenzione di distruggere la nostra way of life. Alla lunga, il modo più realistico per proteggere il popolo americano è presentare una alternativa all' ideologia dell' odio del nemico - propugnando la libertà attraverso la regione" e poi "è nell' interesse degli Stati Uniti stare al fianco degli uomini e delle donne che rischiano la loro vita per reclamare la libertà - e aiutarli mentre lavorano per far crescere società giuste nel Medio Oriente". Questo ultimo pezzo è dedicato di sicuro agli americani e contraddice le tesi dei democratici, molti dei quali chiedono un ritiro immediato e insinuano che l' Iraq non valga gli sforzi fatti.

Ecco dunque la strategia di Bush in Iraq. La strategia di un presidente che ha il vantaggio di non dover essere votato e che quindi può permettersi più degli altri. La strategia che potrebbe farlo ricordare come il presidente che fra mille difficoltà è riuscito prima a conquistare l' Iraq e poi a farne una vera democrazia o quello che non è stato in grado di finire il lavoro. Funzionerà? E' quello che avrebbe dovuto fare da molto. Meglio tardi che mai, comunque. Si può poi vedere che la strategia contiene molti punti interessanti e che l' uso della forza è coaudiuvato da azione politica e economia, che le truppe sembrano utilizzate meglio, che vengono loro tolti tutti quei vincoli che non le fanno funzionare bene. Potrebbe, quindi, con la volontà delle forze in causa, funzionare. Noi dobbiamo davvero sperare che funzioni.